Editoriale Poemata

Usando i versi come chiavi per aprire le proprie wunderkammer, i poeti selezionati in questo numero raccontano la propria esperienza della meraviglia. Nel suo componimento elegante e intriso di affetto, Paolo Polvani si misura con l’esperienza della musica, esplorandone in immagini l’ineffabile bellezza e il rapimento che coinvolge tutto il corpo. Attraverso la lente deformante del sogno, della fantasia, o di un artificiale stordimento, i versi estatici e cesellati di Rita Stanzione mostrano un paesaggio che con naturalezza trasmuta in un’opera dell’incisore di spazi impossibili. Ed escheriana è in un certo senso anche la marina di Giovanna Olivari in cui una mano fatata sposta il filo dell’orizzonte e lascia che le navi si librino in volo, instillando nell’osservatore a riva il desiderio di una prospettiva nuova per guardare a se stesso. Si lega invece a una quotidianità apparentemente banale lo stupore di Gabriella Musetti, suscitato da un incontro tenero e malinconico, in cui l’emozione nasce dall’umano contatto, dallo sfiorarsi di destini, che per una volta si può vivere con la lentezza del treno che attraversa bianche e sfumate campagne. 

Ha due fedi all'anulare sinistro
segno di vedovanza
una testa bianca ricciuta
e gli occhi gentili        Parla tranquilla
sua sorella dice - non sa che fare -
perché lei non c'è
s'è persa tempo addietro nelle sacche
del testino che non risparmia nulla
il lutto e il dolore
E lei chiede piano
sempre dove siamo
col treno che sferraglia piano nella
nebbia che avvolge tutta la campagna
Nel bianco tenue dei contorni
tracimano e trasmutano gli oggetti

Fata Morgana sul mare

Giovanna Olivari

Fata Morgana,
hai spostato l’orizzonte
stamani.
Giù dal cielo
silenziosa
hai tirato il filo
lineare
regolare
fino a metà mare.
Dalla riva
ho visto
volare navi bianche
convinte di navigare.
Dalla riva
ho gridato
ho gesticolato.
Nessuno ad ascoltarmi.
E hanno continuato a volare
credendo di navigare
come sempre
come è normale in mare.
Fata Morgana,
quando verrai a spostare il mio orizzonte,
non lasciarmi dentro di me.
Prendimi per mano,
portami sulla mia riva.
Solo da lì potrò conoscerlo.
E godermelo.

Minuto diciotto

Paolo Polvani

Aspetto il minuto diciotto della sinfonia Titano, signor
Gustav Mahler, è lì che il tumulto s’impenna,
imbizzarrisce, disarciona, è lì che l’impeto delle mani,
è lì che il corpo asseconda un vento, una furia, l’invisibile
assalto. Signor Gustav Mahler io non so dire
la bellezza. Ci sono le stagioni. Ci sono deserti
in attesa di un perdono, le infinite acque che ci restituiscono
migliori, ci sono gli esempi, le melagrane, l’azzurro del respiro,
ci sono le parole, gli scarabocchi degli uccelli, e c’è
quel minuto diciotto della sinfonia, sul quale mi piace
arrampicarmi, issarmi, sporgermi, precipitare.

Da ceste di mistral

Rita Stanzione

Punte di miele
spuntano dalla terra
ceste di mistral vanno a raccogliere
sospiri a vela salendo per i colli
Nuvolanti odori, cirri posatoi
per uccellini mossi e trilli;
bocche merlate
narrano la stessa fiaba
colorata
Storditi Sensi
-quanto piace alla dea Morfina
questo lemma!
Gemma la fantasia, apre sorgenti;
senza corolle sulla carta Escher
eppure l’ha copiata
una (sua) primavera
in bianco e nero

O GERMANIA

Il colore dell’ultima guerra d’Europa
Non è il rosso del sangue,
È l’arancione pallido
Dell’incarnato senza odore
Che riesce a versare
Due o tre lacrime e basta.

“Pecore carnivore” è la terribile definizione che il cancelliere Adenauer diede dei tedeschi e che risuona nella mente leggendo il volume in cui Franco Buffoni raccoglie prose e poesie dedicate al “territorio che sta sopra la sua testa”. Un paese a cui è legato dalla propria storia familiare (il padre trascorse due anni in un campo di concentramento per essersi rifiutato di firmare per la Repubblica di Salò) e dai soggiorni nella Repubblica Federale Tedesca durante la propria giovinezza. Un rapporto di odio e amore, come lui stesso lo definisce, che ci permette di leggere nell’invocazione del titolo sia uno scoppio di sdegno sia uno slancio affettivo, riverberato nelle dediche con cui si aprono le varie sezioni. Così Adenauer, Fischer, Heine, Benjamin, Goethe e Gerlich arrivano a incarnare la parte buona della Germania, ponendosi come ideali interlocutori che hanno a cuore il proprio Paese e le conseguenze del suo agire in Europa. Composto da prose brevi che affrescano con grande lucidità la situazione della Comunità Europea oggi, e da poesie che oscillano costantemente tra la memoria storica e la situazione attuale, il libro pone sotto i nostri occhi il rialzarsi del “mostro accucciato” che, nelle parole di Fischer, rischia di affossare “l’intera Europa per la terza volta in un secolo”.
Pagina dopo pagina, ci si sente afferrare dall’inquietudine nel constatare che quel carattere tedesco responsabile di infiniti lutti nel secolo scorso è rimasto immutato. Così le file di “rasati prigionieri con le dita intrecciate sopra il capo” si tramutano nei “morti col cappotto”, gli “schiavi tristi” di oggi, infelici e senza diritti, schiacciati dalle politiche economiche volute dalla Germania. A loro si contrappongono le greggi tedesche, con la loro meticolosità, la scientifica organizzazione, la vocazione all’obbedienza. La stessa obbedienza che a distanza di cinquant’anni impedisce loro di rivalutare appieno una figura come Paul Grüninger, che infranse la legge per salvare molti ebrei dalla condanna al lager. “Non è ammissibile” sostenne infatti il portavoce federale nel giorno della sua postuma riabilitazione “che per ascoltare la coscienza si agisca contro le leggi dello stato”. Una frase da cui è difficile liberarsi, come molte altre in questo libro che utilizza i migliori strumenti della poesia – la vividezza di immagini e situazioni, il nitore delle parole – per stimolare un ragionamento politico-antropologico complesso e al tempo stesso suscitare emozioni che spaziano dalla tenerezza alla commozione, all’angoscia. Senza mai scivolare nell’indignazione e nell’invettiva, tutto ci viene offerto con pacatezza e curando in particolare le chiuse di ogni componimento, come per porre ogni volta una domanda che lasci a noi il compito di sviluppare la riflessione. Un libro compatto ed emozionante, un grande esempio di poesia civile.

Franco Buffoni, O Germania, Interlinea 2015

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