checifaccioqui

L’uragano verticale

di Cecilia Resio

Anelavo alla catastrofe.
Guardavo il cielo, aspettando che cadesse.
Tutto quanto.
Volevo sentire il fragore delle nuvole schiantarsi nel fango,
volevo essere risucchiata da un vortice e spazzata via,
in verticale, quasi fossi una parola crociata:
bambina stravagante, 7 lettere.
I miei piedi stavano immobili dentro al ruscello.
Erano bianchi, erano piedi in crescita, strani.
I girini ci giravano intorno.
Tuttavia continuavo ad anelare alla catastrofe.
Guardavo il cielo, aspettando che cadesse.
Invece il cielo temporeggiava.
Spandeva nuvole come carità e mi guardava severo
con l’aria distratta di un padre stanco.
Io pregavo Gesù.
Gesù, ti prego, invita l’uragano alla mia tavola.
Fallo precipitare in verticale, quasi fosse una parola crociata:
uragano per Cecilia, due volte 7.
Invece Gesù dimorava altrove.
Ma io non gliene volli, aveva le stimmate,
aveva i buchi dei chiodi e io perciò l’ho sempre perdonato.
Quindi, nel bel mezzo del trionfo del buio
che spaventa e invita a rincasare,
io feci a meno della catastrofe.
Fu un momento delicato.
Come delicati furono gli anni a venire.
Punte di piedi, diavoli e danze,
ma tutto, tutto quanto con la percezione
del tempo che cambia,
del tempo che diviene.