Editoriale

di Francesca Del Moro

Vieni a ballare in Puglia
tremulo come una foglia
tieni la testa alta quando passi
vicino alla gru
perché può capitare che si stacchi
e venga giù

Con una concatenazione di immagini, Michele Salvemini, meglio noto come Caparezza, offre una declinazione insolitamente violenta della metafora della foglia, qui simbolo della condizione dei lavoratori in Puglia, evocando una danza di morte che sfuma in un tremolio dal sapore ungarettiano (oggi i lavoratori non sono più al sicuro dei soldati) mentre il cadere della foglia dal ramo si tramuta nel ben più minaccioso staccarsi del pezzo di una gru. Un’analoga volontà di ripensare l’iconografia classica della foglia nella forma della poesia cosiddetta “civile” si ritrova nei versi di Valentina Gaglione. Qui le foglie diventano una carezzevole e curante presenza materna che accompagna il cammino di un’umanità ugualmente vulnerabile e appesa al ramo della propria speranza: migranti, giovani costretti a fare i conti con la mancanza o l’inadeguatezza del lavoro, cittadini di paesi senza pace, persone ammalate dallo smog e dal cemento o alle prese con le proprie nostalgie e la propria solitudine. La stessa atmosfera di fragilità e incertezza pervade la poesia di Bill Dodd, in cui dalla contemplazione di un paesaggio autunnale sgorgano all’unisono immagini di vivida bellezza e una riflessione filosofica sulla nostra percezione della realtà e sul nostro modo di gestirla e goderne. Altrettanto efficace sul piano lirico e concettuale è la brevissima poesia di Fabia Ghenzovich che, fotografando il volo della foglia, offre lo spunto per una discussione sulla natura istantanea e imprevedibile della felicità e sul passaggio dalla vita alla morte.

Autunno nel Casentino

di Bill Dodd

Una tavolozza giallo oro arancio ocra
fulvo ruggine terra di siena impastava
il mattino sulle nostre colline. L’abbiamo fotografata
per guardarla dopo. Abbiamo spento il motore,
per averla dopo. Perché sempre dopo, se è qui ora?
Vedere una foglia su un albero. Impossibile.
Vedere un albero in un bosco, un boschetto
su un fianco di collina. Impossibile.
Ogni cosa fugge in altre cose, e ci piace.
Occhi felici rotolano sui campi. Menti
tristi provano a raccogliere muschio.
Accendiamo il motore, smettiamo di fotografare.
La strada ci tiene insieme giù per la collina,
ci accosta l’uno all’altro sui sedili anteriori,
ci sbatte spalla contro spalla.
Dopo parleremo dei colori,
diremo un nome e ne vedremo un altro,
di cui neanche una foglia o un albero
giureremmo di aver visto.

Autunno

di Fabia Ghenzovich

Cade l’ultima foglia
basta un brivido di vento
eppure mai avrebbe detto
quale brezza d’estasi sia
quel volo.

Foglie e altro, in precipitare lento

di Valentina Gaglione

Secche foglie mutano in madri
Fasciano dolore a passi abbandonati

Cicli di tono.
Verde speranza, poi,
bruna incoerenza.
Prive di forza del generarsi muto.
Manca l’ardire della corsa,
o concepire il volo
in discesa lenta.
Non mendicante
ma parallelo ai sogni.
E nei sogni
riempio la vasca di rosse foglie,
invito l’ubriaco
per compagnia
in libero arbitrio di malinconia.
E nei sogni
luce calante sfiora l’umida foglia,
si lega al vetro delle finestre,
ed espressioni sorridenti
fermano l’ambra di visi migranti.
Un tappeto ocra veste novembre.
Linea di pace o truffa rassicurante?
Pampini di rovi e spine
si intrecciano in corone
su capi giovani di impetuosi fauni
da crocifiggere!
tra edifici alti o in fila agli uffici
di un lavoro inesistente
di un lavoro incoerente.
Corpi leggeri,
lenti
cadenti.
Foglie di smog e polveri sottili,
collezionate da un infante,
come le più belle,
per snidare l’inganno del cemento
e sotterrare la solitudine.

Secche foglie mutano in madri
Fasciano dolore a passi abbandonati

Il senso di questo stare

di Alessandro Dall’Olio

“Il vuoto della festa
che è stata
è solo la sedia
che ti accolse.
Non ricordo altro.”

Nel leggere Il senso di questo stare, la prima sensazione che si avverte e diviene sempre più chiara pagina dopo pagina è l’incredulità. Incredulità di trovarsi inaspettatamente di fronte a un grande poeta. Una categoria che si pensa abbia bisogno di una qualche convalida storico-critica, che si tende a relegare in un passato più o meno remoto e popolato di “classici”. Ma un grande poeta è colui al quale ciascun lettore sente l’urgenza di dare questo nome, è un concetto che caparbiamente sfugge a qualsiasi tentativo di definizione. Così come l’amore, che solo l’amante è in grado di riconoscere e rivendicare come tale. L’amore è il perno intorno al quale vorticano le poesie di questa raccolta: una passione che sconfina nell’ossessione imponendosi con una potenza tale che chi la conosce, e forse anche chi non l’ha mai provata, non può fare a meno di sentirsi mordere la pelle, aprire il petto per accogliere di volta in volta lo slancio vitale, il tormento, la nostalgia, lo smarrimento e il desiderio. Con coraggio e senza alcuna pietà per se stesso, Alessandro si svela intimamente nudo e vulnerabile lasciando tracimare l’enorme sentimento che lo possiede sotto forma di parole che, incisive, belle e dense di significato, arrivano ad ammantare di una luce nuova e più tersa ogni aspetto, anche minimale, del reale interiore ed esteriore. Abitato dall’essere amato, che dietro ogni verso fa capolino sotto forma di un “tu” sempre presente anche quando apparentemente si parla d’altro, il poeta sembra possedere tutti i sensi raddoppiati, che in quanto tali gli consentono di raccontare le proprie percezioni con analitica precisione. Difficile uscire indenni dalla lettura di questo libro, che nella postfazione Maria Luisa Vezzali definisce opportunamente “un’enciclopedia dei sensi”, un moderno canzoniere petrarchesco dove l’amante tuttavia accetta il proprio vivificante sentimento senza alcuna remora.