“Quel bastardo, non esiste!” esclama Hamm in Finale di partita di Samuel Beckett, prendendosela con Dio. Lo stesso assunto che, sfidando ogni logica, è al cuore dei versi di Claudia Zironi, accorato atto di accusa contro un creatore fallimentare e indifferente al dolore e alle divisioni di cui è responsabile. Complice consapevole del male è invece l’essere soprannaturale che esilmente si profila e viene prima invocato e poi fermamente respinto nei versi icastici di Samuele Larocchia, mentre si allontana lentamente dal Padre la voce che nel componimento visionario di Alessandro Silva incarna una sorta di vanitas sacrarum radicata nella mancanza di amore. Si pacifica l’assenza del divino nei versi larghi e solenni, impunturati di silenzio, in cui Giorgia Monti evoca una spiritualità tutta umana e una calma simile pervade il componimento di Luigi Paraboschi, che stila il proprio bilancio esistenziale da presentare al momento dell’incontro con Dio attraverso una serie incalzante di immagini vivide e ricercate.

Prima d’incontrarti

di Luigi Paraboschi

prima d’incontrarti camminerò da solo
lungo quel sentiero che corre sempre
a fianco di ogni massicciata ferroviaria

e poserò il mio cuore sul binario
come facevamo da ragazzi
per diletto con i tappi di gazzosa,

diventerà sottile come un ferma porta
da porre sotto l’uscio del paradiso
quando sbatterà per il vento nella notte.

Quel giorno ti renderò una vita
vissuta al cinque-per-cento
per dirla con Montale, di certo sarà
logora e piena di macchie
strappi e tradimenti
come una gonna usata e
troppo in là con gli anni,

e finalmente non sarò più
la punta di un’ala che vola controvento

l’unghia mozzata del gatto
che non può uncinarsi alla corteccia,

la coda tronca del ramarro verde
che guizza ancora dopo l’amputazione.

Dimmelo tu

di Claudia Zironi

dimmelo tu
che solo inesisti e taci
perché sono così affranta
dal disastro.
eppure siamo qui, vivi, errori tuoi e separati, prova
della tua fallibilità, ché se ci avessi fatti uno
tutto questo dolore non esisterebbe. invece
ci sono figli, amanti, amici, assassini, folli
e ubriachi, come bestemmie
che camminano nel mondo, senza un solo
vasto pensiero d’infinito.
e c’è la guerra, c’è l’odio
ci sono la malattia e la perversione.
e c’è perfino l’amore.

Chiamata

di Samuele Larocchia

Chiedere aiuto
a chi è solidale con il tuo nemico
[il nemico è un comportamento:
assenza].
Esperimento fallito.
Meglio le mani
tolte dalla faccia.
Meglio gli occhi
tolti dal muro.
STAND UP MONKEY!
I love you monkey.

E seduto al letto dell’infanzia,
allacciando le scarpe lentamente,
penso ad un cavolfiore.

Nata ieri

di Giorgia Monti

quando il vento muove i passi in sincrono col tuo
quando il tempo s’inchioda alla sua paraplegica costruzione
quando il morso degli obblighi è ridicolo sfregio e lo sguardo è solo e tutto
allora ci sono io
nel giardino di una chiesa
senza consacrazione
benedetto sia
questo unico respiro

Del primo uomo che abbandona il Padre

di Alessandro Silva

È finito il tempo di coltivare
la fioritura del buio. Caduto
sotto il cielo, delle cose che bruciano
rimane il sole e un veleno di fame.
Il suo trono, qui, è solo una sedia
tra quattro pietre erette a sacro. È vivo
di nomi, l’alto narrante, col petto
robusto di Padre e batte la terra
di croci senza lacrime né suono.
Non potevo stare, spenta memoria,
tra agnelli di fuoco e cori di luce?
È curioso qua, ma si danna in pace
il dolore e appare smagrito il primo
pensiero: credo non mi voglia più bene.

NUOVE NOMENCLATURE E ALTRE POESIE

Le “nuove nomenclature” che danno il titolo a questa silloge di Anna Maria Curci, costituendone in realtà la prima di sei sezioni, potrebbero essere individuate nelle parole qui utilizzate per indagare la contemporaneità. Cosa che Anna Maria fa con uno sguardo acuminato, abbracciando nel suo campo visivo le lezioni della storia e della letteratura. Temi attuali come l’immigrazione, i meccanismi della finanza, il cosiddetto lavoro flessibile, le disuguaglianze sociali, l’ipocrisia, l’individualismo e la diffidenza verso l’altro vengono sezionati con un linguaggio affilato come un bisturi e la mano ferma del chirurgo. Le scelte lessicali, ricercate e spesso dure, implodono in componimenti estremamente compatti e musicali, attraversati da tensioni e attriti. L’ironia è sempre presente, informa soprattutto le poesie dal sapore di massima e non di rado si inasprisce nel sarcasmo. Serpeggia l’impressione di trovarci in una riedizione del primo regno dantesco, come suggerisce tra l’altro la parola “auto-inferno” nella poesia Fuori classe. In questo scenario, a guisa di memento, si riaprono a più riprese le ferite della storia, dal secondo conflitto mondiale all’11 settembre cileno che riporta alla mente un 11 settembre di tre decenni dopo. Anna Maria si lascia alle spalle il primato della comunicazione: i suoi versi richiedono consapevolmente uno sforzo al lettore. Si propongono di intrigarlo con la potenza visiva delle scene evocate e le fascinose melodie create da una grande attenzione a sonorità e silenzi nonché da un uso sapiente di varie forme metriche (quartine, distici, sonetti, versi settenari, ottonari, doppi settenari ed endecasillabi, frequenti rime e assonanze). Al tempo stesso lo spingono a un lavoro di approfondimento, di ricerca, necessario per scovare i sovrabbondanti riferimenti, risolvere gli enigmi. Sferzati e sulle prime disorientati, non si può fare a meno di guardarci intorno per capire da che parte arriva il colpo, ampliando così il nostro sguardo. Abbondano i richiami agli autori amati, studiati, tradotti, soprattutto di lingua tedesca (Brecht, Musil, Celan, Pastior, Andersch, Heine), come sono in lingua tedesca la maggior parte delle parole straniere e alcuni titoli. Fioriscono i riferimenti alla musica, altra grande passione di Anna Maria, cantante oltre che scrittrice, traduttrice e insegnante. Il tutto convergente nella messa a punto di una scrittura efficace che si propone di scatenare un lavoro intellettuale, foriero di una presa di coscienza del nostro tempo.

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie © 2015, L'arcolaio

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