Barbara Ortelli Pin concretizza il simbolo della disumanizzazione che ha luogo in un campo di concentramento nazista nella muffa, la vergogna per la propria condizione esistenziale che tuttavia non svuota, non annienta l’umanità ma ricopre temporaneamente pensieri, sogni e ricordi. Anche nei versi di Alfonso Tramontano Guerritore l’umanità viene ricoperta, stavolta dal buio di una fredda notte invernale, che cancella alla vista i dettagli dei corpi. Ma la chiusa della poesia è sorprendentemente dolce, grazie all’immagine del fiore che si ritrova anche nei versi di Davide Cortese, una lunga preghiera in cui prende corpo la resistenza di chi, a dispetto della morte che lo assedia, decide di restare umano. E se in questa poesia è la natura a sostenere e consolare, nei versi aspri ed essenziali di Eleonora Tarabella lo stesso ruolo viene svolto dalla musica, capace di tenere in vita i suonatori nonostante la triste funzione che sono chiamati a svolgere nel campo. Ma il vero riscatto, la speranza che serpeggia in qualche modo in tutti i componimenti, tocca il culmine negli haiku di Rita Stanzione, in cui si incontra per la terza volta il riferimento al fiore, una tra le varie forme assunte dalle anime che, libere, sconfiggono il destino dei corpi.

Inverno

di Barbara Ortelli Pin

Uno strato color fango
mi avvolgeva il capo,
era freddo e umido.

Era muffa.

Faceva da coperta
ai pensieri
ai sogni.
Faceva da scudo
ai ricordi.

Era la muffa
a tingere di grigio il mio viso
dove l’inverno si sarebbe riflesso
dove il tempo si sarebbe fermato
fino alla prossima primavera
forse.

Era la muffa,
una ferita tra le ferite.

Era la vergogna di esistere.

Chiedo ora di apprendere il perdono

di Davide Cortese

Chiedo ora di apprendere il perdono
dalla terra che offre alla luce la sua ferita
e di non temere nulla mai
com’è naturale al più piccolo fiore.
Chiedo ora di assomigliare un poco al cielo
che accoglie il volo del falco e della mosca
e serba il millenario segreto della farfalla.
Chiedo di piovere e di fare arcobaleno.
Chiedo di imparare dal vento
come passare tra gli uomini senza ferire
come lui fa tra i rami del mandorlo.
Chiedo di poter sempre
guardare gli uomini negli occhi
e di vedere nell’iride di chi temo
l’amore che cammina come un dio
sulla superficie della mia paura.
Chiedo di poter sorridere nella notte
e mettere come fossero orecchini
le ciliegie alle orecchie della morte.

Se questi sono uomini

di Rita Stanzione

volano ceneri-
anche i sogni si bruciano
per albe assenti

vite spinate-
nel rossore del vento
anime libere

da neve e fango-
dei fiori color porpora
rinati altrove

sguardi di ghiaccio-
da fiammelle di cielo
scie immortali

Musicisti

di Eleonora Tarabella

Suonate un po’ il violino
Hava nagila
facilitate il conto per l’appello.
In piedi nel cortile
Hava nagila
è meglio non guardarli
ma suonare.
Suonate, musicisti
Hava nagila
la mano fredda
che sposta l’archetto
vi tiene ancora vivi.
Forse anche per domani

E fu una notte tale

di Alfonso Tramontano Guerritore

E fu una notte tale
che non si videro gli occhi
qualcuno li aveva
cancellati dai volti
insieme alle gambe
perdute anche loro
sulle biglie di vetro
nella nebbia di un lunghissimo inverno
quando alla fine del freddo
ci avrebbero detto
un comando qualsiasi
ci avrebbero raccolto
dalla terra dei campi
privi di aria
e di corpo
sotto l’erba ormai morta
in fondo ai fossi

ecco cosa eravamo
una nuova specie di fiori

Variazioni sul tema del tempo

di Claudia Zironi

“Cos’è una sfera?” – forse ciò che non trova il proprio tempo” si legge nelle prime pagine di questo libro, che potremmo descrivere come un viaggio alla ricerca del tempo. Un cammino che segue varie direzioni, individuate dai titoli delle sezioni, in cui la voce greca kronos è introdotta di volta in volta da un prefisso diverso. Si passa dal termine filosofico raro ucronia, ovvero la sostituzione di eventi reali di un determinato periodo storico con avvenimenti immaginari, all’eterocronia, che in biologia indica una differenza di sviluppo tra organismi vicini dal punto di vista evolutivo; dalla sincronia, che nel linguaggio scientifico si riferisce a fatti che avvengono in contemporanea, alla discronia, meglio nota come jet lag. Accanto a queste voci attinte dai linguaggi settoriali, troviamo una parola non riportata nei vocabolari, eucronia, che indica un tempo buono, mentre l’ultimo titolo, ur-cronia, è un neologismo coniato dall’autrice utilizzando il prefisso ur- che in tedesco evoca qualcosa di primigenio e in lingua caldea significa ‘fuoco’, elemento protagonista della sezione in questione. La rigorosa architettura dell’opera testimonia la volontà di effettuare una catalogazione scientifica delle relazioni che è possibile instaurare con il tempo sovvertendone il presunto sviluppo lineare, come suggerisce il riferimento alla sfera, che compare in due poesie. Il ricordo, innanzitutto, nega il concetto stesso di passato perché ci permette di rivivere i momenti trascorsi ed esiste un tempo immaginato ricco di esperienze mai vissute nella cosiddetta realtà ma non per questo meno intense. I confini della nascita e della morte che delimitano la nostra esistenza si sfaldano per proiettarsi all’indietro fino alle origini della terra e in avanti oltre l’ultimo giorno del mondo, passando attraverso la possibilità di reincarnazioni che postulano la coesistenza di tempi paralleli mentre passato e futuro si incontrano talvolta nell’arco breve di pochi versi pregnanti. L’uso ripetuto della prima persona plurale e del passato remoto immerge i versi in un tempo mitico, a tratti epico, consolidato dall’utilizzo di un linguaggio alto e di una raffinata musicalità (che non tradisce la scelta della parola variazioni nel titolo). In questa sua esplorazione, quasi una colluttazione con il tempo, Claudia attinge alle più svariate discipline – la filosofia in primis e, tra le altre, la fisica, la matematica, la statistica, l’anatomia – per utilizzarle come strumenti conoscitivi dell’esperienza umana. Esperienza che qui emerge nella sua tridimensionalità, definendosi cioè attraverso tre dimensioni principali: accanto a quella cruciale del tempo appaiono lo spazio e l’amore. Evocato per assonanza dai titoli delle sezioni, che rimandano ai concetti, anch’essi sottesi al libro, di utopia e distopia, lo spazio è chiamato in causa attraverso precisi riferimenti geografici che delineano un vero e proprio viaggio intorno al mondo, dalla Finlandia a Santiago, dal Cile alla Fossa delle Marianne, e scenari indefiniti, come le distese innevate o le pietre immote degli albori della Terra, fino alle stelle stelleggianti. Ma è la dimensione dell’amore a imporsi dantescamente come motore di ogni cosa: si percepisce una tensione costante nei confronti delle persone care (amici, figli e amanti reali o virtuali, oltre ai poeti e ai pensatori omaggiati come fonti di ispirazione) e i versi posano uno sguardo ora ardente ora carezzevole sulle cose, sui minimi dettagli della natura, sugli agenti atmosferici (in particolare il vento e l’onnipresente pioggia). C’è una grande vitalità, una passione inesausta che straripa dalla poesia di Claudia e che la rende sempre immediata e coinvolgente pur presentando stratificazioni di significato e spunti di ricerca che è possibile cogliere solo attraverso una lettura attenta e reiterata. Una vitalità che spinge l’autrice a sfidare audacemente i picchi e a non temere di danzare, come nota Paolo Polvani nella sua acuta postfazione, sull’orlo dei precipizi.

Claudia Zironi
Variazioni sul tema del tempo
Versante ripido, 2018