Ispirandosi al racconto di Le Clézio, i poeti si focalizzano sul contrasto tra esseri umani e balene oppure sul loro comune destino. Con una tavolozza a due colori, il grigio della pelle e il rosso del sangue, Cristina Bove dipinge un quadro violento che ricorda la pittura romantica tedesca, dove gli uomini sono minuscoli portatori di morte e le balene vittime enormi e innocenti della loro ferocia, la stessa che non esitano a rivolgere persino verso i propri simili. Rita Stanzione sceglie invece di soffermarsi sulla figura dolente di un ex baleniere, che dopo aver tanto arrossato di sangue il mare alla fine ne è sopraffatto e con un lamento si rappacifica con le creature che furono sue avversarie. Un’intesa tra le due specie viene celebrata anche nel calligramma di Giorgia Monti, in cui, tra rimandi biblici e fiabeschi, l’autrice sostituisce le sagome di uccelli colme di cielo o gli altri oggetti librati in aria cari a Magritte con una balena che condivide il dolore e la solitudine della persona che accoglie in sé come un rifugio. 

Il grigio e il rosso

di Cristina Bove

Costole disegnate a china
i resti dei titani
li partoriva il sangue nella sabbia
un diluvio arrossava il litorale
dopo le lunghe attese
_dovevano approdare per la vita
morivano arenate nella polvere_

il colore mancava ai naviganti
soltanto le turbine grondavano scarlatte
la nave a vele spente
approdava nel ventre dei giganti
 
dalla terra
orde di marinai lillipuziani
salpano verso luoghi di massacri
orchi daltonici
progettatori di sterminio
_campi di smaltimento per umani
spiagge di abbattimento per balene_

La balena

di Giorgia Monti

Il cielo Magritte sparisce nel ventre scuro della balena.
La balena è grande
naviga in cielo
e s’inghiotte le nuvole.
E il cielo Magritte perde colore nel ventre scuro della balena.
Il buio si fa pesto nel ventre scuro della balena.

Dove sei?
Sono sotto al ventre scuro della balena che piange.
Perché piange?
È troppo grande.
Naviga in cielo e si nutre di nuvole.
Dove vai?
Nel ventre scuro della balena
dove c’è posto per le mie lacrime.

Chi le vede?
Nessuno.
Chi le sente?
Nessuno.
Chi le ferma?
Nessuno.

Il cielo Magritte scompare nel ventre scuro della balena.

Dove sei?
Nel buio.
Cosa fai?
Cosa fai?
Dipingo un cielo Magritte nel ventre scuro della balena.
Chi lo vede?
Nessuno.
Chi lo vede?
Io lo vedo.

Perché non scendi?
Prova tu a salire.
Ho paura.
Allora lasciami in pace.

Cosa ci fa una balena in cielo?
Piange.
Perché?
Lo fa per me.
Che cosa hai fatto?
Piango.
Chi se ne accorge?
Chi se ne accorge?

Dal ventre scuro della balena piove la pioggia.
E tu?
Rimango.

La baia delle balene

di Rita Stanzione

Avanza nella baia ad origliare il nulla
il suo cuore d’alga, s’incupisce
di quanto inverno copre le acque vuote.
Era uno di loro, la mano di lama
violenta tra code arenate
pietre dopo che il guizzo,
ultimo, donava il suo rosso
al sonno imbelle e sinistro.
Lo annienta il mare
la squama enorme impacciata
che rimescola, silenzia, torna sul fondo.
Un’onda d’oceano
accorre e non dà sollievo
ricacciata in bocche di sabbia.
Lui la segue, con il lamento di tutti i lamenti
di madri, figli e vecchie balene
pronte a morire dove si piega, in pace   
la musica del mare.

Non è altro che questo, il corpo: materia. Materia organica e in quanto tale soggetta a consunzione. Una visione che era già stata fondante in altri lavori di Alessandra Carnaroli, a cominciare da Femminimondo, laddove la violenza sulle donne era letteralmente ‘parlata’ dai corpi aggrediti. Eppure il titolo Ex-voto evoca una dimensione spirituale, che si riverbera da un lato nelle grottesche invocazioni a un Dio che “si applica in miracoli su internet”, dall’altro nella scelta del formato del volume che, suggerendo variazioni nella sequenza di lettura, somiglia a una teoria di polittici. Non manca l’apparato iconografico e le immaginette sacre sono qui disegnate con tratto rapido e infantile, facendo il paio con il linguaggio ridotto all’osso. Anticipati dal risvolto anteriore di copertina, i primi disegni raffigurano parti del corpo – mani e piedi – citando gli ex voto anatomici, che rappresentano nella grande maggioranza l’organo colpito, simbolo stesso della malattia per cui si chiede la grazia. I dettagli patologici ricompaiono nelle immagini a seguire, come attributi di santi martiri senza agiografia, le parti anatomiche appaiono sproporzionate, tracimano dai corpi stilizzati. È la malattia che prende il sopravvento, ricettacolo di dolore e trasformazioni, catalizzando la nostra attenzione. Nell’anatomia patologica la parte affetta dal morbo diviene il dato caratterizzante della persona, ingigantisce fino a nascondere tutto il resto. A scandire i giorni sono gli interventi di manutenzione e riparazione, con il loro corredo di strumenti e procedure mediche, il cui unico risultato è quello di posticipare l’inevitabile disfacimento. Ogni ‘polittico’ formato dalle pagine del libro è come una stanza di ospedale con i suoi quattro o cinque letti, e in bella mostra le cartelle cliniche in versi. “Ci resta difficile immaginare” è il refrain che sottolinea come tutto si possa ribaltare da un momento all’altro, ricordandoci che un giorno anche noi finiremo in un qualsiasi nosocomio. Tutt’altro che romanticizzata, la morte non avviene ma è sempre incombente. Talvolta balugina qualche frase che potrebbe essere scambiata per segno di affetto, si insinuano riferimenti indiretti a temi caldi quali le posizioni antivacciniste e i diritti negati ai partner non sposati, ma è ovunque il cinismo a dominare (si prega ad esempio il nonno di non sposare la badante per non perdere l’eredità). Non c’è alcuno sguardo carezzevole sulla perdita, non una briciola di empatia. Solo la fredda constatazione delle alterazioni del corpo, con un pizzico di ammirazione per la creatività del morbo al lavoro: organi succhiati da metastasi, gambe tranciate, facce gonfiate come uova, labbri gialli, pus, saliva, cicatrici, piaghe, liquidi che sgorgano dai luoghi più impensati. Il malato non è niente di più nobile di un “torroncino andato a male”. Solo si innalzano ogni tanto le preghiere, ma semplicemente come richieste utilitaristiche, pragmatiche. Occorre una terapia risolutiva, quando falliscono le cure umane, e Dio è come un medicinale “che salva vite umane / ma non testato sui / conigli come cavie”.

Alessandra Carnaroli
Ex-Voto
Oèdipus, 2018