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Intervista a Don Antonio

di Michele Orvieti

Con una discreta dose di timore reverenziale incontro Antonio Gramentieri, di seguito chiamato “Don Antonio”, nome consigliatogli dall’amico musicista Dan Stuart in quanto “Gramentieri è troppo lungo e c’è un ricamo di vocali e consonanti troppo complesso per la stampa internazionale”. Lavorando spesso con l’estero, c’era infatti bisogno di un nome da battaglia che fosse tanto ironico quanto quintessenzialmente “italiano”. Ci incontriamo nel suo paese natale, Modigliana, nella provincia di Forlì-Cesena (ma fino al 1926 era in provincia di Firenze), al confine con la Toscana, sopra Faenza, la Via Emilia a una ventina di chilometri e il mare a tre quarti d’ora di viaggio.
Personaggio dalle molte sfaccettature, musicista, organizzatore di eventi, molto conosciuto in Italia ma proiettato all’estero, da romagnolo col cuore negli States, penso possa raccontarci qualcosa di trasversale attorno all’oggetto “liscio”.
«Sono un ragazzo degli anni ’70 cresciuto con un amore profondo per la musica americana in tutte le sue forme. Seguendo i percorsi della musica americana arrivai fino alla radice del blues nel momento in cui il blues e l’Africa erano ancora parenti stretti. Mi innamorai subito di quel suono e, mentre tutti i miei amici ventenni nei primi anni ’90 cercavano di stare al passo con ciò che accadeva intorno a loro, io me ne disinteressavo completamente e ascoltavo da Mississippi John Hurt in giù. Questo mi rese da subito un alieno rispetto ai miei coetanei musicisti, però mi riportò molto vicino alla natura primaria del suono, del timbro. Diventai abbastanza bravo a suonare queste cose e fondai anche un festival in Romagna che si chiama Strade Blu e che si è trasformato in un laboratorio aperto non tanto per me ma per altri. Dal momento in cui diventai competente nell’ambito di quei generi musicali, anche gli americani iniziarono a chiamarmi per suonare con loro. Ben presto mi accorsi che, durante i concerti, le uniche volte in cui alzavano le sopracciglia erano quando, all’interno di un fraseggio chitarristico, mi scappava una melodia più italiana (oserei dire “più romagnola”!). Lo stesso Dan Stuart una volta disse: “Antonio, devi smetterla di imitare i musicisti statunitensi falliti come me e devi cominciare a fare le tue musiche. Sii italiano e il mondo vorrà ancora ascoltare cosa hanno da dire gli italiani riguardo al sound e all’eleganza sonora”.
Io allora avevo un progetto personale che si chiamava Sacri Cuori per il quale andai comunque a registrare un disco in Arizona (proprio per non staccare subito il contatto con le mie radici americane!). Nell’album suonano anche alcuni dei Calexico, Howe Gelb e lo storico James Chance. Il progetto si sarebbe dovuto chiudere dopo la produzione del disco, ma ebbe un’ottima risonanza sulla stampa italiana e iniziarono a chiedermi di portarlo dal vivo. Così iniziò l’avventura dei Sacri Cuori, con l’obiettivo di inserire nella pronuncia americana un flusso melodico tipicamente “italiano”, dalle colonne sonore ascoltate nell’infanzia a quel modo molto lirico di esporre la melodia che è tipico della penisola. Abbiamo pubblicato tre dischi, un nostro brano è stato utilizzato dalla Volkswagen per lo spot di lancio della nuova Passat e abbiamo realizzato la colonna sonora di Zoran il mio nipote scemo, una produzione italo-slovena del 2013 per la regia di Matteo Oleotto. Dopo tutto questo sono arrivato a un punto in cui volevo staccarmi dal mondo dei Sacri Cuori, perciò mi sono ritirato in Sicilia e ho registrato Don Antonio, che è il mio disco solista.
Sono cresciuto con un’idea di geografia figlia delle cartine delle scuole elementari, dove l’orientamento nord-sud suggeriva una apparente gerarchia e appartenere all’Europa sembrava essere un motivo di vanto per presunte questioni di “civiltà”. Crescendo, tutte le domande che ho iniziato a pormi sono invece arrivate da “sud”: Don Antonio è un progetto che vuole catturare una realtà italiana in movimento, dove Africa e Asia spingono da sotto ed entrano, oltre che nella società con le migrazioni, anche nel pentagramma e nella musica più popolare possibile.
Volevo utilizzare i materiali sonori che sentivo nei miei viaggi, in maniera non gerarchica, mettendo tutto sullo stesso piano, dalle cose di strada più becere alla musica popolare più museale, surfando sulla cresta dell’onda di un suono molto “instant”, figlio di un momento di transizione della società italiana e della sua composizione etnica e sociale. Tutto questo senza intellettualismi, cercando di realizzare delle “canzoni senza parole”.
La Romagna è una regione che si è trovata da sempre a confrontarsi con differenze geografiche forti (i romagnoli di montagna e quelli di mare sono profondamente diversi!); con la riviera e col turismo, poi, è arrivata a confrontarsi anche con “l’altro da sé” e a creare moduli di autopresentazione e autorappresentazione che potessero essere portati a casa dai turisti per essere messi vicino alle conchiglie souvenir con dentro il barometro. Ha dovuto fare subito una sintesi della sua identità che fosse spendibile in pillole e in formato cartolina e dépliant, facendo così violenza alla propria identità molto più stratificata, ma creando comunque una formula perfettamente riconoscibile. Tutto questo finisce inevitabilmente per condizionare anche la percezione di sé stessi: se chiedi a un romagnolo di definire la Romagna, ti dirà “ospitale, simpatica, estroversa, si mangia bene”. Tutto questo, in linea di massima, è anche vero! Se teniamo presente una maggiore complessità della realtà… diciamo che è una definizione che ci siamo fatti andar bene!
Una volta negli stabilimenti balneari della riviera c’era scritto “Romagna California d’Europa”. Se guardi le pubblicità sulla Romagna del dopoguerra, sembra la terra dei sogni, con belle donne, buon cibo, sole e una natura generosa. Era una “California” tascabile che manteneva quel provincialismo tipico del dopoguerra; l’industria del turismo non era ancora un’industria vera e propria ma piuttosto una catena più o meno naturale di piccole esperienze individuali che però aveva già capito che “fare gruppo”, “dare un’immagine condivisa di sé” era una scelta vincente. In tutto questo, proprio il liscio, e più avanti la musica solare di Raoul Casadei, fornivano in maniera portatile proprio questo tipo di suggestione “da esportazione” molto easy, molto allegra, molto spensierata.
Non mi è possibile risalire con precisione al mio primo incontro col liscio: quando ero piccolo, nel mio paese, a Modigliana, 5000 abitanti, in ogni festa di paese, in ogni ricorrenza, c’era l’orchestra di liscio.
Posso dirti però quando ho “rincontrato” il liscio. Era il 2000 e mi trovavo dove mi trovo adesso, sul divano della casa dei miei genitori qui a Modigliana. Dalla finestra si vede l’asilo nido (poi riconvertito con la crisi delle nascite in centro anziani!) e quella sera c’era un trio di liscio con fisarmonica, chitarra e batteria. Mi dissi “Stasera ci sarà da morire!” e invece me li ascoltai per tutta la sera dalla finestra. Mi sembrava di sentire Booker T. & the M.G.’s. Un groove molto fluido, tutto a mezz’aria, la fisarmonica sopra tutti, il batterista con un senso dello swing quasi da jazzista (cosa che ho poi ritrovato in molti batteristi liscio), un gran rispetto per la melodia estroversa ma senza sovraccarichi emotivi: una folgorazione!
l liscio puro non esiste. Fin dalle sue origini ha copiato le impostazioni da orchestrina jazz, prendendo in prestito melodie popolari, imitando temi sudamericani (o del resto del mondo, sempre per sentito dire) e importando polke e valzer che invece venivano dalla Mitteleuropa. La riscoperta del liscio è derivata dalla presa di coscienza che esso si basa sulla centralità di una melodia democratica e ben portata con dietro un groove che lascia lo spazio al pubblico per potercisi muovere sopra. Sono arrivato al liscio trattandolo come avrebbe potuto fare un Fausto Papetti “che sparasse un po’ meno ad altezza uomo”: nel rispetto del groove e di una melodia che abbia la ciclicità tipica del ballo popolare. Coi Sacri Cuori, dato che spesso suonavamo dal vivo delle melodie romantiche sopra un groove ballabile, in certi luoghi ci dicevano che somigliavamo a Marc Ribot y Los Cubanos Postizos (o ai Buena Vista di Ry Cooder) e in Romagna ci dicevano invece che suonavamo come le orchestre di liscio “vecchia maniera”.
Mi interessava capire come gli elementi melodici e ritmici del liscio potevano ibridarsi con i nostri suoni. Nel 2013 Ravenna Festival dedicò molto spazio alla reinvenzione del liscio. Noi portammo il progetto “Sacri Cuori Social Club”, assieme a due stelle del liscio romagnolo alla soglia degli 80 anni quali Michele Carnevali all’ocarina, sax e clarinetto, e Primo Montanari alla fisarmonica. Loro ci portarono i grandi classici del liscio e noi cercammo di “servire” coi nostri timbri i loro mondi sonori. Quindi chiedemmo loro, con la loro pronuncia, di suonare i temi dei Sacri Cuori. Questo incontro non è stato un tributo al liscio tout court: è stato un incontro tra due generazioni che davano alla cantabilità della melodia e al groove la medesima importanza pur arrivando da percorsi differenti. Abbiamo fatto quello che mi piace da sempre sentire all’interno della musica: sentire degli esseri umani cercare di buttar fuori delle melodie che hanno a cuore.
Anni fa, quando una band riprendeva un pezzo liscio spesso lo faceva in modalità “fàcce rìde!”, con le chitarre distorte o i synth pecorecci, come se fosse sempre qualcosa da cui prendere le distanze, considerandolo caricaturale. L’edizione 2013 del Ravenna Festival fu importante proprio perché fece capire a moltissime persone che il liscio presupponeva una pluralità di interpretazioni tutt’altro che becere. Questo evento contribuì a togliere dai cassetti di molti musicisti un sacco di idee attorno a quel tipo di sonorità e alle loro possibili ibridazioni: il liscio, come il blues, il jazz, il rock, divenne per noi uno dei possibili colori della tavolozza di un musicista.
Sono molto legato al repertorio di Castellina-Pasi. Lui, in maniera molto “salgariana”, è stato il primo a includere nel liscio tensioni sudamericane: un Sudamerica che però non aveva mai visitato. E nonostante tutto, pur provenendo dalla provincia, da questa piccola frazione del mondo, aveva capito che esisteva già una world music ballabile che poteva essere inserita all’interno del liscio.
Come canzone liscio scelgo “Ciao Mare”. Questo brano, pur parlando del ritorno al mare in inverno, mi riporta all’infanzia, a quando stavo al mare con le mie tate a Viserba e venivano i miei genitori a fine stagione a riportarmi a casa. Mentre caricavamo la macchina, acquisivo la consapevolezza che anche quell’estate era passata (e da bambino l’estate era un’era geologica): “Ciao Mare” era la sigla finale, leggera ma malinconica, del mio personale sceneggiato che mi vedeva turista in riviera per un paio di mesi tutti gli anni.»

CIAO MARE
(Musica di Raoul Casadei, E. Muccioli, A. Pedulli – Testo di R. Casadei)

Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Non c’è più la vela bianca
con l’inverno c’è il gabbiano
e l’estate del mio amore
è un ricordo ormai lontano.
Al mio fianco si sdraiava
si bruciava sotto il sole
si assopiva in mezzo al vento
come un bimbo era contento.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Anche se c’è tanto freddo
io ti vengo a salutare.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Il ricordo dell’estate
si risveglia nel mio cuore.
Il vento cancella
dalla sabbia i ricordi
ma dal cuore no, il vento non può.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Sulla sabbia è nato un fiore
nel mio cuore un grande amore.
Al mio fianco si sdraiava
si bruciava sotto il sole
si assopiva in mezzo al vento
come un bimbo era contento.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Il ricordo dell’estate
si risveglia nel mio cuore.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Sulla sabbia è nato un fiore
nel mio cuore un grande amore.
Il vento cancella
dalla sabbia i ricordi
ma dal cuore no, il vento non può.
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!
Ciao, ciao, ciao, ciao mare!