In fondo l’idea di un contatto con una popolazione extraterrestre non è lontana dalla tensione verso dio. Ha a che fare con il desiderio degli esseri umani di andare oltre quelli che sembrano limiti invalicabili, di sognare alternative nella consapevolezza che il nostro non è certo il migliore dei mondi possibili. Così i versi di grande attualità di Leila Falà proiettano un truculento spezzone di fantascienza in cui gli extraterrestri giungono sul nostro pianeta a correggerne le storture, come divinità vendicatrici esperte nell’applicare il contrappasso. Nei suoi versi epici di grande potenza visiva, Alessandro Silva prefigura un’apocalisse che determina l’estinzione della razza umana e al contempo segna una nuova genesi, un avvicendamento tra terrestri e alieni in ottemperanza alla legge di Darwin.
Di segno opposto sono le poesie di Barbara Pumhösel e Giovanna Olivari, che immaginano un incontro pacifico e dolce, quasi amoroso, con gli extraterrestri, la prima fissando un luogo preciso sulla mappa del firmamento, la seconda sognando di essere “posseduta” da una benefica creatura di luce. 

Curiosità e tratteggi di un apprendistato scientifico II

di Alessandro Silva

C’era una luna in eclissi di penombra
quando mosse i pilastri, Osorno, e fece
germogliare una crosta d’oceano
di sette volte più alta della terra.
Fitz-Roy era un mormorio sgorgato
sulla cima dell’albero maestro,
il Beagle in volo su acqua capovolta
(negli occhi da uccello di ferro il diamante
spezzato della luna, mentre guarda).
– Si è mosso sotto i nostri piedi! – Urlò
Fitz-Roy.            Non è di razza terrestre
quell’ombra di un corpo fluido china
nel costrutto degli edifici vulcanici
o a forgiare piastre difformi di becchi.
Dalla luna Darwin tirò a sé il cosmo
profondo e strane specie di procarioti
di un’origine marziana. Non crebbe
più nella vita sotto unica forma
                  terrestre.
Disse:
– Tutto procede per eliminazione dei non adatti –.

mantieni la promessa

di Barbara Pumhösel

mantieni la promessa
l’ultima
                     una volta ancora
lo avevamo detto
ci vediamo
                    sotto le zampe
anteriori del Centauro
io ci sono già ad aspettarti
c’è la nuvola scura, la Mimosa
e ad ogni improvviso brillare
la speranza si rende visibile
benché non a occhio nudo
una volta ancora e non sarai
in ritardo perché non c’è
ombra qui di giorni terrestri

Visitor

di Giovanna Olivari

Me l’ero immaginato così
fuori dal mondo
fatto di luce
e di leggerezza.

Mi sei entrato dentro
fino in fondo
in me hai trovato un corpo
e concretezza.

Non conoscevi l’ombra
l’hai imparata
quella dei corpi
se incontrano la luce.

Mi sei entrato dentro
nel profondo
e nelle ombre mie
hai fatto luce.

Alieni IV

di Leila Falà

Arrivarono gli alieni.
Il moralista da dibattito seriale
stava ancora sussurrando di diritti
non dare pane agli stranieri
non dare pace a chi vuol morire,
che è un diritto essere obiettori
pazienza se le donne non possono abortire.
L’alieno lo esaudì come Cristo non aveva fatto.
Lo fece donna e con la bava lo ingravidò in eterno.

Nascevano frutti da lui costantemente
viscidi e melmosi chiedendo nutrimento.

Praticare la notte

di Ksenja Laginja

“Bisogna entrare dentro se stessi armati fino ai denti”: sono i versi di Valéry citati in una delle numerose epigrafi a offrirci una chiave d’accesso preziosa per questa raccolta. “Guerra, “assedio”, “arrendersi”: pagina dopo pagina, incontriamo numerosi termini appartenenti al lessico militare, che evocano quella militia citata da Giulio Greco nella postfazione con riferimento al libro di Giobbe. E ancora si parla di “invincibile scudo”, di mani costantemente “affilate” come coltelli, di ossa che a propria volta fanno parte dell’armamentario bellico, cingendo il petto come un rosario e unendo le costole. Non a caso, a essere chiamate in causa sono le ossa che occupano la posizione dello scudo, ma si trovano dentro di noi, a protezione del cuore, dei polmoni, a schermare i nostri sentimenti e il respiro, a difenderci l’anima. Le parole - quelle della poesia che a volte è scultrice d’aria, assenza e silenzio - possono diventare armi annerite, imbizzarrite e dure, pronte a colpire all’improvviso. Pur ritrovandosi in un caso a giacere, smarrendosi talvolta nel suo transitare di luogo in luogo senza radicarsi, la poeta persegue con decisione la fermezza: frequenti sono i verbi che alludono alla staticità (come stare e restare), i riferimenti alle radici, le mani tenute in tasca, la postura verticale così come verticale è in genere il movimento, che si tratti di salita o discesa. Il corpo è solido e pronto alla sfida, si rispecchia in uno scenario fatto di elementi robusti, compatti e resistenti: mura, rocce, pietre e scogli. È un corpo-nave che cerca di mantenersi in equilibrio in mezzo alla tempesta, insegnando al respiro ad affrontare l’apnea mentre viene aggredito dalle onde e dagli scogli che, pur immobili, rischiano di riceverlo ferendolo a fondo. Gli scogli vengono definiti “aguzzi” con una zeta raddoppiata che è un’altra presenza ricorrente, il suono del taglio. Un taglio preciso e calmo, che si effettua da fermi, con il dominio di sé che è proprio delle arti marziali. A queste, e alle discipline orientali in generale, fa pensare il verbo “praticare” che compare nel titolo e torna in una poesia: si tratta dell’esercizio necessario per imparare a fare i conti con sé stessi e con il nostro essere nel mondo, con i rapporti con gli altri, i ricordi e i ritorni, le assenze e gli abbandoni. “Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare” ripete Ksenja per tre volte in una poesia che finisce per negare questa affermazione rivendicando il nostro essere altro, ovvero cerchi incompleti, deboli voci che hanno in sé un respiro senza tregua. Nella notte generosa di buio e vuoto, la pratica della poesia porta a fare spazio dentro di sé per interrogarsi, conoscersi, diventare più forti e in grado di fronteggiare la vita. In costante dialogo con il vento, che reca in sé il nostro nome, la nostra essenza, e nel rispetto del silenzio, perché di silenzi non si muore ma ci si riempie. Ciononostante, la poeta non si limita a scendere dentro di sé: la pratica è anche funzionale a uscire dalla propria solitudine (parola che torna ossessivamente, spesso al plurale) per cercare la compenetrazione con l’altro. Così questa poesia ben piantata e solida, asciutta e senza orpelli, senza ridondanze, lanciata dritta al cuore delle cose, trae forza dal suolo e dal proprio sguardo interno per allungarsi verso le persone. Lo dimostrano i versi vorrei essere porta accesso percorso lasciarti entrare a ogni ora nutrire l’abisso di te fino a sentirmi. Ma non è solo un tu amato che la poeta accoglie, un tu che potrebbe essere anche il lettore; tra i suoi versi trovano spazio le parole di altri poeti, epigrafi che segnano di volta in volta un giro di boa, pause di respiro che da un lato ridanno forza al discorso poetico, dall’altro creano una coralità. Sono al tempo stesso una forma di omaggio e una dichiarazione di appartenenza a una collettività artistica, alta espressione dell’umano che qui si investiga.

Ksenja Laginja
Praticare la notte
Ladolfi editore, 2015