Partendo dalla teoria dei semi della vita, o Panspermia, i poeti selezionati in questo numero si sono interrogati sulla nascita dell’Universo e sulle possibilità di vita al di fuori della Terra. Nella poesia di Paolo Polvani i semi sono presenze impercettibili che ci circondano e cantano, perennemente dedite a costruire nuovi mondi, gli stessi su cui siamo soliti porci una serie di banali domande. Sono muti invece i semi evocati, nei versi icastici ed enigmatici di Luca Olivieri, da un fungo diabolico che anela a passare a una nuova dimensione. Rita Stanzione lascia brillare i semi della vita in una serie di immagini ricercate e inafferrabili riportando la nostra comune origine alle stelle mentre, con tono profetico e fondendo richiami mitologici e terminologia scientifica, Alice Diacono sintetizza la nascita e il significato dell’Universo dentro e fuori di noi. Nella poesia di Rodolfo Cernilogar, che giustappone frammenti di vita come istantanee di dettagli, i semi sono metaforicamente ciò che di altri mondi è dato intravvedere agli uomini, in bilico tra l’amore per la propria Terra e il desiderio di andare oltre. Ma in fondo è la vita stessa ciò che conta, come sottolinea Ulisse Fiolo, che si interroga sulla sua genesi e la celebra in pochi ed efficaci versi dal sapore biblico.

Semi nell’universo

di Paolo Polvani

Galleggia dentro una tazza di tè l’idea
dell’universo e subito come leste lepri
corrono domande gonfie di vento e di stupidità: qualcuno va
su altri pianeti in bicicletta? al mercato
si trovano le mele? emergono da spiragli sotterranei, piccole spine
di curiosità: e la neve? possiede la stessa
struttura di cristalli? qualcuno afferma:
impresa e lavoro sono sempre meno opposti
nella percezione sociale? Esistono occhi
che non assomigliano a occhi? fiumi che parlano?
esistono divinità che esibiscono il sesso? madonne
in fuga? canali azzurri, cieli da sfogliare?

I semi intonano canti dappertutto uguali:
bisbigliano, si chiamano, si gonfiano di propositi,
di scelte, spalancano la bocca, gridano,
scricchiolano, digrignano i denti, infrangono,
si sporgono, rompono le righe.

Che sia allontanato da Atene il figlio di Eubulo

di Alice Diacono

Che sia allontanato da Atene il figlio di Eubulo,
che sia deposto il cavo in fondo all’oceano,
che sia messa al bando la nucleosintesi stellare,
perché folle è chi va dicendo che la vita non nacque dalle mani di un dio
o dall’esplosione di un ammasso globulare.

Nei corpi celesti
molecole policicliche aromatiche, porfirina e poliformaldeide,
viaggiano nella scia delle comete.
I semi della vita impollinano i pianeti,
dove vi è terreno fertile
le spore divengon muffa
la muffa diventa uomo
e l’uomo torna muffa
affinché tutto sia pronto per ricominciare.

La cosmologia dell’anima
non è altro che una reazione termonucleare dell’universo.
Ascolta, piccolo uomo:
ciò che hai da imparare
è già tutto nel respiro
che ti passa attraverso.

Buone f(or)este a tutti! [*]

di Ulisse Fiolo

Dice qualcuno fosse un forestiero
e ormai c’è chi sostiene siano alieni,
non è che cambi il senso in realtà:
c’è bisogno di ricordarsi sempre
di risantificare le foreste
e l’aria e tutti gli alberi di vita
– la terra, le acque, ogni fiore e ogni frutto,
con l’adagio dei prati in pieno inverno –
perché il vero camino sia un cammino…

[* Wayòmer Elohìym: yehìy òr! Wayehìy òr… = E Divinità dice: Luce sia! Ed è Luce… –  Bibbia, Genesi 1:3 nella versione dell’autore dall’ebraico…]

Amanita

di Luca Olivieri

Se i semi fossero ovunque,
se ogni angolo di polvere potesse parlare,
i diavoli delle mie palpebre non dovrebbero più sussurrare
per riesumare i limbi della dimensione di mezzo.

Equilibri di sabbia

di Rita Stanzione

La luce ha equilibri di sabbia
scolpisce dardi
dall’oro sepolto del fogliame,
sbuffi di braci
sorreggono il paradiso
di alieni a sentinella.

Ci attraversano, sono tremori
in assestamento col destino
-tracce e contaminazioni

oppure è un velo che fluttua piano
prosciugando memorie
di un guizzo-polvere
già anima di stella.

Anni luce

di Rodolfo Cernilogar

Qui, finalmente, vorrei vivere.
È spazio che si fa
tempo, stracci di sole che sbattono
sulle vette, passi intorno a un chiostro,
millimetri di matita e calcoli, spilli
di luce negli occhi. È tempo
che si fa spazio,
onda che non ha origine, non ha riva
se non provvisoria e mutevole
soglia
da attraversare…

Li chiamano anni luce.
Là, ancora, vorrei vivere.
Penso che non avrei peso.
Quasi inutile il bagaglio.
Essenziali i pensieri.
Mai del tutto partiti.
Mai del tutto arrivati.

Confido nell’uomo
nel desiderio di andare
oltre, di conoscere il cuore
delle galassie.

Per ora non resta che vivere
le ore
i minuti
luce
quando per grazia o opere
li incontriamo, da soli o in compagnia.

Il colore dell'acqua

di Alessandro Canzian

L’acqua è una presenza che diamo per scontata e che ci è indispensabile. Le dedichiamo attenzione solo quando rivela la sua bellezza o la sua forza: quando è fiume, lago, mare, quando ci abbraccia o infuria, quando ci dà piacere o minaccia di ucciderci. L’acqua è trasparente e pronta a scivolare via, se cade non tiene la forma. E in questo libro di Alessandro Canzian si fa metafora della potenza e del senso di ciò che appare minimo, insignificante, pronto a svanire con il passare del tempo. All’acqua il poeta vuole dare un colore, ma non si tratta qui di sciogliervi qualche tintura: è effettivamente il suo colore, impercettibile per occhi poco attenti, che si vuole fermare. Così come si vuole fermare il ricordo, contrastare, si legge nella prefazione di Mario Fresa, “l’emergere del niente e della morte che in ogni istante schiaccia e preme l’affiorare di ogni evento, di ogni gesto, di ogni parola”. La poesia del quotidiano non è un tema particolarmente originale ma di rado riesce a esprimersi in versi limpidi e densi di significato come accade in questo libro. Editore oltre che poeta, Alessandro Canzian ha applicato al meglio alla propria opera quel lavoro di editing che considera giustamente uno dei fiori all’occhiello della sua casa editrice. Un lavoro che si basa prima di tutto sulla sottrazione, nell’intento di eliminare tutto ciò che è superfluo, in modo da rivendicare il peso di ciascuna parola, dello spazio bianco, del disegno dei versi sulla pagina, con la stessa attenzione necessaria per svelare il colore dell’acqua. Ovunque si percepisce la volontà di depositare e di lasciar sedimentare le parole nella mente del lettore. Il bianco che nella prima sezione si alterna all’inchiostro in un armonioso equilibrio di pieni e vuoti e nelle altre due si impone incorniciando componimenti lapidari ha lo stesso peso della scrittura: segna il tempo del respiro, il tempo necessario per avvertire gli stimoli offerti ai cinque sensi, per visualizzare le istantanee scattate dal poeta, assimilarne i pensieri e lasciare scaturire le proprie riflessioni. Il bianco lava la scrittura, la purifica e la rende tersa, come l’acqua. “Mi piace la parola minimale” recita un verso che offre un’esplicita dichiarazione di poetica. E sono minimi gli elementi a cui si attribuisce grande importanza, come gli insetti, le unghie, i lacci delle scarpe, il rumore dei tacchi. Si costruiscono storie facendo brillare frammenti e il lettore è portato a scoprire con sorpresa ciò che in fondo è sempre stato sotto i suoi occhi. Così, nel raccontare la perdita nelle prime due sezioni, il poeta si rivolge alla donna in seconda persona rievocando i gesti, i luoghi, gli oggetti che giorno dopo giorno hanno fatto il loro amore e lo conservano. L’amata perduta e rimpianta lascia il posto, nell’ultima parte, a una donna immaginata, anticipata dalla O del primo gruppo di poesie (intitolata “Histoire d’O”, laddove O si pronuncia come eau, acqua). È la ragazza Olga, protagonista di un poemetto che omaggia esplicitamente Pagliarani ma tratteggia una storia del tutto originale dal finale aperto e misteriosamente inquietante. “Ho immaginato fosse lei a tornare dal lavoro senza aver risolto nulla della vita” recitano i versi cruciali intorno ai quali vorticano i dettagli della vita di Olga, versi con cui non è difficile immedesimarsi. Olga è evocata attraverso i suoni percepibili dal piano di sopra, il rumore della doccia, dei capelli che ricadono sulle spalle, delle calze che lancia, delle grida durante l’amore. Il silenzio che lascia alla fine è pesante e potente, mentre il suo odore rimane a pervadere ogni spazio dell’edificio. Come la donna delle sezioni precedenti, Olga è una presenza che si fa più forte nell’assenza, in questo caso nella sua stessa inesistenza, una presenza a cui le parole precise e pregnanti di Alessandro Canzian donano una nitida consistenza e un valore universale.

Il colore dell'acqua
Alessandro Canzian
Samuele Editore, 2016