Ispirandosi ai sette nani, i poeti qui presentati spaziano dalla mitologia alla fiaba, dal romanzo d’avventura al cinema catastrofico. Con maestosa sintesi di musica e argomentazione logica, Daniele Barbieri strappa il velo di dolcezza alla favola di Biancaneve per rivelare un agghiacciante epilogo in seguito censurato e ai più ignoto. In quello che potrebbe essere lo stralcio di un’antica epica, Alessandro Silva presenta Austri, uno dei quattro nani deputati a sostenere i punti cardinali, come un eroe malinconico in uno scenario densamente evocativo. Giocando fino al parossismo con il numero sette, Ugo Rapezzi condensa in pochi versi un tragicomico romanzo d’avventura. L’acqua in cui i nani perdono la vita torna anche nel componimento di Paolo Polvani, a sommergere la Rinascente e annegare Biancaneve sul duomo di Milano, inserendosi in una caccia al tesoro che spalanca scenari enigmatici a perdifiato.

Nannodìa -storia del nano Austri-

di Alessandro Silva

Mare e terra di pietre – come si sa –
ce le diede il gigante del silenzio e
l’osso del cranio fu preso dai padri
miei e reso fiore di cielo sacro.
Nacquero anche quei padri nel gigante,
dentro le sue carni di fango e roccia
come i bachi che ricamano carne
di croci e altre vene aperte tra le ossa.
Ho gli occhi scuri di chi osa guardare e
la casa in un campo di argilla e sabbia
pallida, come ho la pelle, pronta
al miracolo. Ogni canto e segreto
sapevo. A un angolo di alba mi posi.
Da allora continuo a vibrare un canto
che si ospita in cielo e il buio feconda
con un presagio di luce. (Si mangia
poco per volta la mia scala di vertebre nude).

Il nome dei sette nani

di Paolo Polvani

Te lo ricordi il nome dei sette nani?
cerca sotto il palato, nel bosco incantato
qualche continente fa, in una consonante, nella parola
esangue, ma tu ma tu ricordi
il nome dei sette nani? forse lo troverai nei veli
dell’addolorata, forse sull’atlante c’è un cane allegro,
guardagli nel fondo della bocca, ci sono betoniere
con lo sguardo perso, scandaglia nell’affetto
di una melagrana, se tu se tu non lo ricordi
il nome dei sette nani vedrai Biancaneve
naufragare sul duomo di Milano, il mare Adriatico
sommergere la Rinascente fino al quarto piano ma tu
non lo ricordi il nome dei sette nani, striscia
nel profondo di una laguna, guarda sull’elenco,
cerca sull’autostrada il nome dei sette nani.

Biancaneve

di Daniele Barbieri

non riesco a dimenticare quello che è scomparso in quasi
tutte le versioni della storia, quelle incandescenti
scarpette di ferro che la tanto buona, tanto mite
eroina fa indossare alla strega regina per
punirla, e questo succede dopo i nani, dopo il bosco
con gli animali graziosi, quando la favola torna
alla sua vera natura, e non ci blandisce più

SEVEN

di Ugo Rapezzi

C’erano sette volte
nel settecentosettantasette
sette nani
con avide sette mani.
In settembre
cantando sette note
salparono per i sette mari
alla ricerca delle sette miniere d’oro.
Ma forti venti settentrionali
veloci come stivali dalle sette leghe
rovesciarono la loro settima bianca nave.
Non avendo sette vite come i gatti
nessuno dei sette si salvò.

Galleria del vento

La galleria del vento che dà il titolo al libro di Luigi Cannillo è un impianto usato in aerodinamica per la determinazione sperimentale delle azioni esercitate da un fluido, in genere aria, su un corpo in movimento. Ma, a livello intuitivo, l’espressione dà l’idea di un percorso instabile, oscuro e misterioso, fa pensare a una fragilità perpetua alla quale Luigi, in una poesia, attribuirà un peso insostenibile. Entrambe le definizioni si applicano a questa silloge, in cui fin dall’inizio il viaggio dell’esistenza avviene all’insegna di attriti e opposizioni: da un lato fiori e fondamenta come sogno/bellezza/leggerezza si contrappongono a valori/convinzioni/punti fermi, gli uni e gli altri “oscillanti” e quindi in una condizione precaria; dall’altro, vetro e velluto si alternano sulla pelle, a ferire/fortificare e dare piacere/consolare. C’è già tutta l’umana condizione nella prima poesia che si apre con l’eterna domanda “chi scuote questa galleria del vento” e alla fine rimette al lettore il compito di decidere se sia l’individuo il “capitano che naviga il destino” o se da quest’ultimo si lasci guidare. Immagini ricercate fluiscono l’una nell’altra, esposte a un costante rischio di dissolvimento: il vuoto torna più e più volte con la sua forza di attrazione e a opporvisi è una gravità esercitata dalle cose e dal persistere degli affetti. Prestando grande attenzione ai particolari e a momenti quotidiani spesso ammantati di ritualità, il poeta si muove in interni ed esterni con una cinepresa appesa al polso così da inquadrare spazi familiari secondo prospettive insolite e rivelatrici, che arrivano a superare il confine tra la vita e la morte. Si segue un cammino che mantiene un costante rapporto con la propria origine, trattata in particolare nelle prime due sezioni: “L’ordine della madre”, in cui l’impronta materna si conserva nelle persone e nelle cose, ben oltre la morte fisica, e “12 segni”, che testimonia il legame tra vita terrena e mondo celeste, facendo di ogni segno zodiacale un archetipo. Le ultime due sezioni esplorano principalmente i concetti di relazione/espansione: il contatto tra i corpi, spesso attraversato da una forte tensione erotica, è oggetto della sezione “Il rovescio del corpo” mentre “Berliner” pone l’individuo in rapporto con la città, incarnazione delle dimensioni politica, storica e sociale che caratterizzano ogni comunità umana. Pur nel serpeggiare del concetto dell’esilio, qui Berlino, più che mai segnata dalle cicatrici della storia, rappresenta l’appartenenza, l’identità (“ci sentiamo a casa, diventiamo città”). Per riprendere la contrapposizione citata all’inizio, vi sono salde fondamenta filosofico-concettuali a reggere questa raccolta ma non mancano di splendere i fiori della poesia, nel fluire sicuro della musica, nella vividezza delle immagini, nei particolari che congiurano all’universale. 

Luigi Cannillo, Galleria del vento © 2014, La Vita Felice

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