Con grande potenza immaginifica Martina Campi risolve nell’acqua una metafora della vita: il nuotatore è colui che da subito impara a resistere al duplice richiamo delle correnti che lo circondano e della luce che lo sovrasta, portando avanti con concentrazione il proprio movimento per la sopravvivenza, reso più saldo da legami come salvagenti. E un salvagente diviene Fabio Barcellandi spezzando i legami e rinunciando alla propria sopravvivenza, con un amarissimo fotogramma in cui la propria morte nell’acqua è vista come una possibilità per la salvezza altrui. Più cruda e fisicamente tangibile è l’immagine messa a fuoco dalla poesia di Antonella Taravella, in cui i dettagli materiali e corporei dell’annegamento fluiscono e rifluiscono in pensieri e ricordi. Dalle profondità marine salgono le voci dei morti nei versi limpidi di Leila Falà, guide affettuose e familiari che aiutano e accompagnano chi ancora si sforza di respirare impegnato nel nuoto che qui torna a farsi metafora del vivere. Affiora un ricordo in sequenza, vivido come un album fotografico, nella poesia di Valentina Gaglione, in cui, nella percezione di un nuotatore tra una bracciata e l’altra, chiacchiere e sguardi da vacanzieri a bordo vasca lasciano spazio all’anelito racchiuso in uno sguardo verso il cielo.

questo panico che chiude l’acqua

di Antonella Taravella

questo panico che chiude l’acqua
nella carne che a cappio sbuccia occhi di ceramica
e si fa notte in un rigurgito di bolle
quando sotto le unghie mi restano
solo le favole fuggite
nell’apparente scompiglio di capelli a galla
boato di un ricordo come di garze
nella durezza del sale che genera ritorni
e spianare il vortice di un letto che si fa ninnolo
o un lamento che sia silenzio
come quelle bambole appese al banale gesto
di una solitudine finita

I laghi ghiaccerebbero inter(n)amente

di Martina Campi

Sta tutto nell’acqua.
L’alba in ascesa
prima dei merli
gazza
ladra del sonno
ubriaca il chiarore.
Il suo stato d’onda
guizzo di luce.
Nuota l’infinito
rincorrersi delle correnti.
Ha imparato già da piccolo
a tenere aperti gli occhi
e la testa sotto, il timore
solido del rompere i legami,
bruciore concentrato del sopravvivere
alla massima densità.

A pelo d’acqua

di Valentina Gaglione

E di quei padri che chiamano i figli “campione”
dei silenzi che è meglio non spiegare
dei dialoghi animati, senza vignette o cartoni...
e del sole che brucia calorie stroncando fantasie.
E delle famiglie, habitué di lettini e ombrelloni
dei ridicoli teli mare a bordo vasca in solitaria ad asciugare
dei viaggi intorno al mondo, raccontati come cartoline
in cui chi le riceve non potrà mai entrare.
Del vento piccolo che muove le frange leggermente
che la pigrizia d’estate si sente
delle formiche che non sono mai spaesate
e di ciò che io non so di essere eppure sono.
Di “somebody to love” all’altoparlante
e del tipo, che credi di conoscere, ma non è lui
di ciò che vedi, guardando a testa in su da dentro l’acqua
delle nuvole da decifrare e fissare
di un’estate che avevi tralasciato e mai dimenticato
dei bagnini che fanno ordine all’ora di chiusura
e dei bambini che implorano piangendo l’ultimo tuffo.
Si guarda sempre dentro qualcosa
difficilmente lo si attraversa

SALVAGENTE

di Fabio Barcellandi

butto avanti
il mio corpo
come un bagnino
il salvagente
affinché tutti si salvino
e io possa
inosservato
affondare

Residuo II

di Leila Falà

respiri e fiati e fiati in mare alto
le voci perse che ti colgono dal basso
quotidiano sorprendente umido affetto.

L’equilibrio della foglia in caduta

di Francesca Del Moro

“Si rinnova questo lutto
che non so parlarti.
Questo mordere di cane
all’angolo più scuro
del mio sguardo.”

Si scompone in tre parti la metafora che dà il titolo a questo bel libro di Silvia Secco: per ultima resta la foglia, che nelle precedenti sezioni aveva mantenuto l’equilibrio resistendo seppur per un tempo limitato alla caduta. Si assiste dunque a una progressione positiva dalla quale esce vincitore il soggetto che scrive, che qui non teme di ripetere “io” e di ancorarsi a visioni concrete, certo di mantenere intatta l’universale portata dei versi. Qui la foglia (alter ego del poeta e dell’essere umano) è tutt’altro che inerte preda dei venti e della forza di gravità: il suo equilibrio in aria è infatti il risultato di una tensione vigorosa che la assimila ad altre due immagini fondamentali nel libro. La prima è la farfalla che già si manifesta con un battito d’ali nella poesia di apertura e torna come “falena sanguigna” e “bozzolo perduto”: fragile insetto destinato a vivere un giorno, è tuttavia capace di scatenare cicloni. Altrettanto forte è l’immagine del foglio che alla foglia volata via si contrappone nella poesia dedicata ad Andrea Zanzotto, una delle molte voci che affiorano nella raccolta: chiamate in causa direttamente (Enio Sartori, Alberto Caramella, Fabrizio De André, Antonio Machado, Nivan Gelamonte, Eugenio de Signoribus, i C.S.I.) o percepibili in trasparenza (Montale, Pasolini, Pavese, Guerra). Il foglio ha il potere, dice Silvia, di posarsi sul mondo (come la foglia o la farfalla) e mondarlo, calmarlo. In questi versi, in cui si parla di “faville di foglio” e si scelgono due verbi pregnanti per l’atto dello scrivere (segnare, graffiare) emerge vivida la poetica dell’autrice. La sua è una scrittura vitale, più che mai attiva e tesa verso l’incontro con l’altro, sia esso l’amato con cui ci si fonde prima del sonno, il padre evocato attraverso le mani al punto che sembra quasi di sentirle sul viso, o ancora una coppia che si ritrova dopo la guerra, figli trascurati e bambine violate (figure in cui prende corpo la vocazione civile dell’autrice) e perfino donne dall’aura quasi magica (La Dolente, Brunalena, Almaluce, Anita…). Brillano le poesie in cui, con efficacia pittorica ma senza trascurare nessuno dei cinque sensi, Silvia accompagna il lettore in un viaggio attraverso terre intrise di sapienza ancestrale e pervase da un afflato rituale che a volte si declina in ritmi da rosario (“Filastrocca della santa distanza”). A livello formale la forza rivendicata dalla poesia è sottolineata da una vera e propria esuberanza linguistica: dalla scelta felice del dialetto vicentino per alcuni componimenti (con traduzione) alla ricorrenza di composti inventati e parole spezzate fino a esclamazioni, parentesi, sospensioni, corsivi e un uso del polisindeto vivace e incalzante. La metrica a sua volta spazia dal verso libero modulato sul ritmo dell’esperienza alle misure della tradizione come l’endecasillabo. Un esordio più che mai felice che conferma la maturità e la perizia di questa poetessa.

Silvia Secco,
L’equilibrio della foglia in caduta
Edizioni CFR, 2014