Se mi vuoi mi troverai in giardino
A meno che non piova a dirotto
Mi troverai ad aspettare in primavera e in estate
Mi troverai ad aspettare, ad aspettare l’autunno
Mi troverai ad aspettare che maturino le mele
Mi troverai ad aspettare che cadano
Mi troverai sulle sponde di tutti e quattro i fiumi
Mi troverai alla sorgente della coscienza

Einstürzende Neubauten, The Garden

Abbiamo tutti sentito parlare del concetto di “arte per l’arte” e da questa definizione si potrebbe trarre spunto per coniarne un’altra, quella di “arte dall’arte”, laddove la seconda occorrenza della parola indica la causa, piuttosto che il fine, dell’opera. Si tratta di quei casi tutt’altro che rari in cui la creazione prende le mosse non già dalla realtà esteriore o dalle esperienze interiori dell’artista ma da un’altra opera d’arte. Per questo numero di ILLUSTRATI i poeti sono stati invitati a scrivere lasciandosi ispirare dal celebre trittico di Bosch Il Giardino delle delizie. Le quattro poesie qui presentate mettono in luce l’ambiguità insita nell’opera: letto nella sua interezza, il trittico è interpretabile come una storia dell’umanità scandita dalla sequenza innocenza-perdizione-castigo ma è la seconda scena a imporsi con decisione sulle altre, in virtù della sua posizione e delle dimensioni. Ugo Rapezzi e Roberta Lipparini si lasciano sedurre dalla libera e gioiosa celebrazione dei sensi del pannello centrale: il primo interpreta la parola delizia in senso gastronomico e sessuale, chiudendo un elenco di leccornie con un epilogo erotico non meno stuzzicante; lo sguardo di Roberta, invece, si sofferma su un dettaglio, rivivendo la dolcezza della mano che accarezza il ventre della donna nella bolla vicino al margine sinistro. Samuele Larocchia e Michela Zanarella colgono invece il doppio volto delle delizie: Samuele parla di un giardino perfetto all’apertura di cui conosce però lo stato di abbandono durante la notte, una condizione in ogni caso preferibile perché non artefatta. Michela è ben consapevole del pannello di destra, l’Inferno che svela la natura peccaminosa della scena centrale, ma lascia intravedere una speranza nel volo delle rondini in cerca di pace.

Tra le delizie verdi del tempo

di Michela Zanarella

Non è celebrazione della carne
o sensualità in festa
ma smorfia di un mondo
corrotto,
di pelli perdute e dannate
tra le delizie verdi del tempo.
Ha radice nel ventre della terra
il colore dell’inferno
e s’intona al profilo di civetta
in sosta alla fontana del paradiso.
Dove una casa in lontananza
ha odore di bordello
s’aprono le forme del peccato
come pesci morti, fragole e conchiglie.
Solo nel volo a spirale delle rondini
la luce si confida alla sorte
reclamando pace.

Ha il dono della permanenza

di Roberta Lipparini

Ha il dono della permanenza
questa inesauribile carezza.
La bellezza
del ripetuto posarsi della tua mano.
La sottomissione grata del mio ventre.
Nella fecondità accecante
nel turbamento
di ogni rivelazione
è questo tocco leggero
il nostro infinito
tenerissimo
mistero

Sapori

di Ugo Rapezzi

Ti sei cosparsa il corpo di ventagli di crêpes
delizie di ricotte e tartufi
poemi di ostriche e gamberetti
arie di agrumi e zenzero
trionfi di burrate e formaggi francesi  
tripudi di sfoglie con creme e stimmi di zafferano
virtuosismi di cioccolato e sinfonie di mandorle.

Ma io amo i sapori tradizionali
e tutta la notte ti bacerò lì
proprio lì
solo lì.

Prima dell’apertura

di Samuele Larocchia

E poi ho scoperto
il segreto
del tuo bel giardino.
Era un’ora deserta
perfetta per i delitti
(e per il trucco),
io non dormivo
e ho cambiato panchina.
Sono arrivati i rastrelli
a concentrare le foglie della notte.
Sono arrivati i fiammiferi
per fuochi rapidi ed effimeri.
Sono arrivate le cesoie
per i rami sconvenienti.
Sono arrivate le gabbie,
se rinchiusi, i mostri
cinguettano melodie.
Tanta efficienza
prima dell’apertura al pubblico.
Prati puliti,
l’ultimo fumo si fa esotica essenza,
alberi geometrici
e canti celestiali.
All’arrivo del primo gruppo
di estasiati gitanti
sono scappato
a tuffarmi
nel mio cortiletto
esposto a nord,
invaso da rovi
(45 spine per ogni mora),
qualche fungo
(velenoso credo)
e sincere,
voraci,
brutte bestie.

Volevo essere Jeanne Hébuterne

di Loredana Magazzeni

“Le parole si portano dietro il corpo, pensa a volte
la Bambina. Le sue sono intrise di salsa d’amore.
Ma il corpo deve scrivere o vivere? Pensa la Bambina.
Ma le parole sono sassi o carezze? Si chiede.
Mentre scrive, filtra la vita, produce miele.”

Densissima e multiforme (sul piano stilistico, metrico e dei contenuti), questa raccolta si apre con una tensione ideale verso due donne rese immortali dall’arte: Jeanne Hébuterne e Sofia Tolstoj. Se la seconda si pone come emblema dell’amore assoluto, di una dedizione che la spinge a copiare 6 volte le pagine di Guerra e pace, è la prima a imporsi nell’immaginazione di chi legge, sia perché dà il titolo al libro e il volto all’immagine di copertina sia perché incarna la tensione dell’autrice verso un sé ideale. Jeanne è sublimata dall’amore, quello che riceve ed eterna la sua giovane bellezza nella pittura, e quello che prova con una tale intensità da scegliere di morire per non “sopravvivere a un sogno”. Già in apertura di raccolta, l’amore si pone come possibile riscatto del disagio più tipico del genere femminile, che attraverserà implacabile i versi a venire: la consapevolezza delle proprie imperfezioni e un sentimento di inadeguatezza più indotto che innato. Non a caso, in conflitto con la romantica figura di Jeanne, la prima poesia si intitola “Tentativi di seduzione della poetessa che invecchia”. L’invecchiamento interessa soprattutto il corpo, soggetto che riaffiora costantemente nelle varie sezioni e che, in rapporto conflittuale con il cibo, è un problema per la donna così come lo era per la Bambina. Immagine resa archetipica dall’iniziale maiuscola, la Bambina è l’altro polo di Jeanne: il nostro io imperfetto e sofferente, perenne questuante di amore negato. Siede nel grembo come un piccolo Buddha a ricordare le ferite dell’infanzia e a dirigere qualunque tentativo di comprensione e costruzione di sé della donna che, maturando, diviene consapevole della propria identità di genere. È questa la sezione più potente, che dà la misura della grandezza di Loredana Magazzeni: qui si trovano versi che traducono con chiarezza la lingua balbettante del nostro disagio e nella loro semplicità si impongono con la forza della verità, il lampo della rivelazione (“Ogni volta che qualcuno non la ama, la Bambina scrive poesie”). Qui emerge in piena luce una presenza ovunque sotterranea: quella di Cesare Pavese, con il quale Loredana ha in comune il coraggio e l’umiltà di testimoniare la propria sofferenza, lo specchio puntato su di sé che arriva a riflettere la condizione umana. Una presenza che rivela utilizzando una parola chiave, il seme da cui germogliano tutte queste poesie, pur così diverse: disamore.

Loredana Magazzeni
Volevo essere Jeanne Hébuterne
Le voci della luna, 2012