Silenzio, silenzio di tomba, non può durare questo silenzio. Si sente un gorgoglìo: blo-blo-blo-blob, ah no, niente, una pancia, blo-blo-blo-blob, sono liquidi che si muovono, si spostano, normalissimo, non mi fanno paura le cose scientifiche, blo-blo-blo-blob. Però una pancia che brontola è sempre un po’ fastidiosa, eh: non si sa mai se è la sua o la mia. Bisognerebbe amarla più profondamente una pancia, voglio dire… dentro, invece di restare sempre in superficie. Bisognerebbe amare tutto di una persona, la pancia, il fegato, il cuore, la colecisti! Beh, la colecisti, insomma… Bisognerebbe amare veramente, invece di fare l’amore come imbecilli!

Dal monologo “Dopo l’amore” di Gaber - Luporini

Piuttosto bizzarro parlare d’amore chiamando in causa il brontolio di una pancia, il fegato e la colecisti. Di solito si magnificano altre parti del corpo: collo, braccia, gambe, spalle, seni, piedi e, volendo essere espliciti, organi sessuali. Ma Gaber, si sa, amava deviare dalla norma, così come fa Valentina Gaglione tessendo le lodi dello sternocleidomastoideo, una parte del corpo senz’altro degna di attenzioni erotiche ma difficilmente vagheggiata con il suo nome scientifico. Altrettanto insolita è l’anatomia evocata nella poesia di Claudia Zironi, in cui i peluzzi dell’ascella, i reni, l’utero e l’unghia dell’alluce, tra gli altri, si fanno consapevoli oggetti del disamore. Chiara Baldini esegue una vivisezione praticando tagli intorno a quel bignè del ventre memore del bullismo che la costringe in definitiva ad annientarsi per potersi accettare. Su una nota più leggera vibra il componimento di Paolo Polvani, che scende a patti con la paura di invecchiare rivolgendosi alla prostata con spassosi modi cavallereschi.

Selezione

di Chiara Baldini

Cinque son gli etti ormai tagliati a velo
di cosce, per non tacere del culo.
E quel bignè di ventre
in pieno bullismo, alternato buono
forse e solo per la mia replica.
Salendo poi son senza
labbra, tanta è lingua invece, troppa
quella e ancora – lama, vai!
Resterebbe unico ascolto e sguardo
occhio e nota chini a ricaduta
sui piedi, noccioline di famiglia
queste e ancora – lama, via!
Del reduce trattengo quanto basta.

E sì posso accettarmi solamente
con la mia lama giusta.  

Sternocleidomastoideo

di Valentina Gaglione

Nelle sere d’inverno
sui muri dell’adolescenza,
inversi all’adulto sapere,
non era dal pene
che mi lasciavo affascinare
ma dalla carne lucida e tesa
ponte tra orecchio e petto,
lo sternocleidomastoideo così detto,
sul collo di un confuso ragazzetto.

E lì lasciavo correre labbra e lingua
centimetri di parole sibilline
e accenni d’ansimi immaturi
che ancora non capivo per davvero
che solo quello avevo studiato per intero.
Sternocleidomastoideo
la rotazione della testa dalla parte opposta
quell’imponente nome
che ancora oggi mi è rimasto in testa.

Signorina prostata

di Paolo Polvani

Signorina prostata la prego
non si tumefaccia, non s’ipertrofizzi,
veda di non troppo inturgidirsi
che altre sono le cose che richiedono
turgore, resti nei ranghi, impari
sobrietà, rispetti, per favore,
le regole di società: alle signorine
si addice compostezza, verecondia,
garbo, pertanto lei
veda di non allargarsi, di non uscire
dai limiti imposti dall’educazione,
sa bene quel che ci guadagno:
la mancata ricerca spasmodica
di un bagno, un’erezione che mi eviti
figure. In cambio io m’impegno
a usarle mille e più premure.
Non mi maltratti la povera
signora uretra; allora intesi
signorina, tanti saluti alla vescica.

Non sei abbastanza bella, cara

di Claudia Zironi

I peluzzi delle ascelle, le sopracciglia,
ogni papilla del dolce e del salato,
reni e utero, l’unghia dell’alluce, tutti
erano informati ormai, dopo tre anni,
che non mi amavi.
Ricordo ancora in via castelfidardo
il bagno insieme, il bruciante sesso,
i teneri baci e il dolce senso d’impotenza
dell’ultima volta che lo hai ripetuto.

Ipotesi corpo

di Enzo Campi

Io corpo dunque
solo pelle
slabbrata
deflagrata nei fianchi
messa in opera
traumatizzata

L’io corpo che è il protagonista di questo poemetto di Enzo Campi compare in scena fin dai primi versi come un mimo che si affaccia dal sipario. Sulla soglia infatti pende per primo il viso, le mani si muovono come se toccassero superfici immaginarie e i piedi sono uniti. L’opera si snoda in sospensione tra un lungo canto e un monologo teatrale, saldando le due vocazioni dell’autore. Il corpo è soggetto e oggetto del flusso di pensiero che scorre come un torrente lavico sulle pagine. Impossibile fermarlo, impossibile soffermarsi sul senso delle parole: il loro suono è infatti il loro senso, e il senso è il sesso, tensione perenne del corpo verso altri corpi. Qui il corpo si fa pensiero, a suggerire l’idea di un “io corpo dunque sono” e il pensiero si snoda in fisiche movenze, sfumate e violentate come nei dipinti di Francis Bacon, non a caso citato in epigrafe insieme alla grande passione dell’autore, Artaud. Il mimo esegue una danza e la musica che ritma i suoi movimenti risuona nelle nostre orecchie grazie al lavoro di cesello eseguito sulle rispondenze sonore, le rime e le rime interne, le allitterazioni e le assonanze, i giochi linguistici e le parole germinate l’una dall’altra. Il monologo ricorda le più interessanti prove beckettiane, quei dramaticules che segnano il culmine della sua arte, e in particolare Not I in cui il corpo scompare a forza di negare l’io, mentre qui l’io è rafforzato affermando con decisione la sostanza, l’esistenza e le esigenze del corpo, di cui vengono scandagliati i moti centripeti e centrifughi, il costante disperdersi verso altri corpi e a il perpetuo ricominciare. La ragione e la passione per la ricerca ripiegano il corpo su sé stesso in un continuo esplorarsi ma l’amore, il desiderio e l’istinto carnale lo proiettano verso l’esterno. Non vi è punteggiatura a scandire la melodia, salvo i punti interrogativi che, come nella sopracitata opera di Beckett, spezzano a tratti il flusso verbale ansiogeno, segnando un ridestarsi al dubbio da cui poi ripartire. Un’opera a cui abbandonarsi leggendo tutto d’un fiato per poi tornarvi più e più volte a scoprirne i dettagli, lasciandoci fisicamente invadere dalle infinite potenzialità delle parole.

Enzo Campi,
Ipotesi corpo
Edizioni Smasher, 2010