Verrai domani
per la fine del mondo
o l’anno nuovo
il mio scheletro danza
si riveste di nuovo
del suo abito di carne
la parrucca di fuoco
io esco per incontrarti
a metà strada

Lhasa de Sela

Quasi un lavoro, quasi una performance: al pensiero della fatidica sera del 31 dicembre, molti di noi si fanno prendere dall’ansia già all’inizio del mese. Da soli non si può stare, questo è ovvio, di andare a dormire quando ci viene sonno neanche a parlarne. Che ne abbiamo voglia o meno, tendiamo a sentirci obbligati a fare qualcosa di particolare, possibilmente a divertirci, o a far finta che sia uno spasso perfino il conto alla rovescia davanti alla star televisiva di turno e il trenino sulle stesse canzoni da pianobar che ci perseguitano da decenni. Con lo humour e la fantasia consueti, Ugo Rapezzi lancia fuochi d’artificio linguistici per salutare l’ultima sera dell’anno demolendone i riti più triviali. Silvia Secco attinge allo stile abrasivo e all’efficacia pittorica che caratterizzano la sua scrittura per stagliare contro il bianco della neve in arrivo una persona che si immerge in un altrove isolandosi dal contesto pacchiano tipico dei veglioni. Più sfumata e malinconica è la scena evocata da Claudia Zironi, con alcune figure familiari accarezzate nel ricordo e un inizio che si rovescia immediatamente nella sua fine. Ma, al di là del divertimento obbligatorio, l’ultima sera dell’anno ha anche un altro significato: segna un solido confine temporale che tende a suggerire un bilancio della propria vita e l’idea di ripartire. Il riportare tutto a zero di cui parla Elia Sampò coincide con l’azzerarsi del tempo sull’orologio che segna la mezzanotte: è una tabula rasa che, nonostante le parole negative che affollano i versi, rappresenta uno spazio offerto al cambiamento.

Attutita

di Silvia Secco

Altri sono i luoghi
d’atroci pirotecnie.
Non è questo fragore
d’artifici, clamore
degli astanti-occhi-al-cielo,
strie festanti, finali
in “Oh!” di maraviglia!
Muoiono altrove gli eroi
conchiglie sui fondali.
Garofani alle croci
ormai, i loro resti qui.
Stanno a veglia le ignare
belanti. Inebetite.
Benestò a mia volta.
Ma mestamente. In orlo
a niente, estranea al coro
degli abbienti. Attutita
nei miei ovattati interni
verso sfocate alture.
Sottovoci celesti
preannunciano neve.
Zerogrado notturno:
più in alto (in altro) si sfa
un candore…                         Silenzio,
                                               perfavore... Nevica.

31 dicembre 1999

di Claudia Zironi

Abbiamo esorcizzato la fine del millennio
vestendoci in nero e scivolando sul ghiaccio.
Anche sul riso scivolavamo e sui fiori
troppo bianchi come i denti davanti
di tua cugina. La tombola, i balli, i baci,
i tanti applausi commossi: chiusi
in un cassetto, nell’album. Stanno lì
con Marilena e il suo cappotto
troppo leggero, con un parente
del quale non ricordo più il nome
e con lo zio Antonio che rideva,
che l’anno dopo è morto. Quando,
in un agguato del caso, lo vedo
mi prende un groppo alla gola:
quale follia? quel giorno
ci ha fatto dire sì per la vita - salvo divorzio.

Non è vero che siamo stanchi di novità

di Elia Sampò

Non è vero che siamo stanchi di novità
con la nostra nausea
le nostre prolisse farneticazioni
Non ci bastano le velleità
le luci
le pareti
i nostri confini
riportiamo tutto a zero

Non è vero che siamo stanchi di novità
non ci avremmo mai pensato
a lanciare al vento i nostri sprechi
le nostre spente espressioni
i nostri passi falsi
le nostre misure sbagliate
Non ci basterà la volontà
di elencare le cose che non abbiamo fatto
di sperare di riuscire a vincere
la nausea
e ancora tardare nel dire
lo farò domani.

SAMBADISCODIGGÈI

di Ugo Rapezzi

Bòunci bòunci bòunci bòunci
batto in 4 elettroritmo
120 pulsazioni
superrrapidi vagoni
file indiane in libertà
felicità in locomo-Tav.
Pè pè peppèpeppè
oh Brigitte Bardot
obà obà obà
tropicando estenuando
giocoforza ti diverto
nananannananà nananannananà.
Charlie amigo sei un figo
caro amico non ti scrivo
ma ti suono il sambadisco
te lo fischio ti sfinisco
e dell’anno che verrà io me ne infischio.

La raccolta del sale

di Alessandro Brusa

Giudico il mondo
che non mi ha accolto
ringraziando la sorte
per questa distanza fallibile,
per questa malevolenza privata

Il sale che con pazienza e umiltà Alessandro Brusa raccoglie in questa silloge è quello del mare e delle lacrime, a suggerire un’immedesimazione tra l’individuo e l’ambiente circostante. Un’identità che si ritrova nella ricchezza immaginifica della sua scrittura, traboccante di metafore e sinestesie, in cui il pensiero e l’emozione sono pronti a fondersi con il legno, l’oro, il mare, le nubi, le strade... La fatica di estrarre il sale dalle lacrime significa soprattutto essere disposti ad accettare la sofferenza che ha segnato il nostro cammino, come chiariscono le poesie “Con troppa premura cancelliamo ferite” e “Un otre vorrei”. I versi hanno un valore esistenziale e il lettore, chiamato in causa direttamente all’inizio della raccolta, è invitato a riempire i vuoti per rivivere attraverso le parole di Alessandro la propria personale esperienza. L’attenzione è spesso portata su una serie di conflitti, che si incarnano nelle dicotomie ordine/disordine, precisione/imperfezione, solidità/evanescenza. Il poeta si dichiara vicino a quello che potremmo identificare come il polo negativo, dando voce all’insofferenza per i confini, l’ansia di soddisfare le aspettative e il senso di inadeguatezza da cui è facile sentirsi afferrare nelle varie circostanze della vita. Costante è la volontà di misurare la distanza tra sé e gli altri, la famiglia, i colleghi poeti di volta in volta citati in apertura delle varie sezioni o evocati senza nominarli nei singoli componimenti. Ne emerge l’autoritratto di uno scrittore e un uomo impegnato nel tentativo di autodefinirsi, che qui firma una splendida opera prima, vincitrice del premio Orlando, dando prova di una notevole perizia stilistica nel cesellare contenuti densi e d’impatto in versi precisi e melodiosi, senza mai una caduta, una nota stonata.

Alessandro Brusa,
La raccolta del sale
Giulio Perrone Editore, 2013