“Erano tredici milioni di uomini,
i nazi fecero tredici milioni
di grigia grigia cenere”.    
Fausto Amodei

Terezín è una città della Repubblica Ceca, tristemente nota per la presenza del campo di concentramento di Theresienstadt, successivamente divenuto un museo. Su quella stessa terra un tempo calcata da decine di migliaia di deportati, sopratutto bambini, vicino al crematorio in cui migliaia di corpi furono tramutati in fumo, oggi crescono erbe nuove, qualcuno fa jogging e i bambini se ne vanno in giro in triciclo. La delicata poesia di Eleonora Tarabella sembra porre due foto a confronto, il prima e il dopo, o meglio due disegni, quelli fatti dai bambini di oggi e quelli eseguiti settant’anni fa dai piccoli prigionieri del campo. Settant’anni: così tanti per un essere umano, così pochi per la storia dell’umanità. Difatti, come avverte Cristina Bove, il mondo è ancora pieno di persone come quelle che con la loro passività e connivenza furono responsabili delle atrocità del terzo Reich. Per il momento questi neonazisti si accontentano di “brandire randelli”, nondimeno sognano forni per sfogare più compiutamente la violenza che covano dentro di sé. I meccanismi che resero possibile l’Olocausto sono ancora funzionanti, sentenzia la poesia, ponendoci a confronto con la fredda logica che ha portato delle persone a trattarne altre alla stregua di oggetti, fino a trasformarle fisicamente in oggetti. Tutto questo veniva considerato normale, così come era normale che una madre non riuscisse a scoprire dove fosse morto il figlio né potesse piangere sulla sua tomba. È quanto racconta Adriana Linaroli con una raffica di versi concisi che fanno pensare a un telegramma, come quello con cui i nazisti comunicarono la morte di suo zio. La poesia si chiude con una domanda cruciale: ci sarà un riscatto per queste persone? Dio, che nulla ha fatto per evitare questo orrore, consentirà alle vittime di sedere alla sua destra rendendo loro finalmente giustizia? Non ci crede, in Dio, il deportato che parla in prima persona nei versi di Alessandro Brusa, e sospetta il venir meno della fede anche nel suo amato, con cui condivide un novembre, forse l’ultimo, al campo. La poesia affresca una toccante storia d’amore tra due omosessuali, che in quanto tali rientravano tra gli Untermenschen, così come gli ebrei, i comunisti, i malati di mente, i rom e i sinti, i testimoni di Geova, e tutti quei “diversi” ritenuti colpevoli di inquinare la purezza del popolo tedesco. Eppure, in un luogo in cui non sembra più esservi traccia né di Dio né dell’uomo, c’è ancora spazio per l’amore, che aiuta a sopportare l’umiliazione e gli stenti. L’amore colpevole che li ha resi prigionieri e che resta tuttavia l’unico modo per essere liberi.

Almeno chiedersi

di Cristina Bove

Ci sono tombe in cielo fatte di fumo
tante hanno misure piccole
portano solo nomi illeggibili
sono però nel cuore delle stelle
conservano la cenere degli uomini
i loro corpi mutilati e offesi
madri svuotate di bambini a sangue

c’erano scarpe a tonnellate
fuori dai forni
occhiali una montagna
e ceste di capelli

prima d’essere fumo venivano spogliati
d’identità e di pelle
se ne fecero oggetti e paralumi:
chi scuoiava, conciava, a chi pareva logico
fare d’esseri umani suppellettili?

Più delle sentinelle
dei cavalli di frisia
del gelo e della fame
li uccise chi
non vedeva orrore
in quei bambini denutriti
strappati dalle braccia delle madri
chi non provava pena
per i corpi indifesi nella neve
e chi li raccoglieva
per gettarli nei forni e nelle fosse

quelli per cui la strage fu normale.

Di quelli ancora è pieno il mondo
brandiscono randelli
e vorrebbero forni da sfamare.

Il fratello della mamma (Deportato Alessandro Mazzoli)

di Adriana Linaroli

Era simpatico - Lavorava già da tempo -
Al sabato, doveva andare al gruppo rionale
A fare marce e a farsi maltrattare
Da un capetto fascistone -
Poi imboscato - al tempo di guerra­
Lui, no -
- Alessandro Mazzoli -
Negli alpini -
tutti contenti a casa
che non era andato in Russia -
Internato in campo di concentramento ­
Dopo l’8 settembre 1943 -
Catturato dai tedéschi a Bolzano ­
Aiutato da nessuno a darsi alla macchia ­
Buoni gli altoatesini -
Morto a vent’anni -
Nei pressi di Linz
(A Mathausen? La mia famiglia non lo seppe mai) -
Polmonite, la cartolina inviata
Dai nazisti - precisi in queste cose -
La mamma neppure una tomba su cui piangere
Avrà pregato o bestemmiato?
Qualcuno lo avrà confortato?
Dov’è ora?
In veste bianca scintillante ­
Alla destra di Dio -
Quelli che hanno patito
La grande tribolazione­
Così vorrei credere ­
Povero zio.

Liebe Macht Frei

di Alessandro Brusa

Sono foglie e secche questa memoria
fatta di ombre che si spengono sulle ossa
e che torna anche se no, io non l’ho invitata

sono i passi che facevo verso di te quel
tanto per sfiorarti e misurare la tua colpa con
la mia, messa sul piatto della vergogna che
condividi con la fede che io non ho mai avuto

ora quel piatto è libero, svuotato del corpo
che avevi e che piuma sta ora lì a pesare
il dolore tuo, che sei bello anche in questo
vento che mi ha sempre portato gli anni e
che ora se li prende, mentre candela ti spegni
piano, giorno dopo giorno, sotto il mio
sguardo innamorato, fatto come sei di niente

(mi sono svegliato allegro oggi e se non so
perché me lo dirai tu, quando come ogni
giorno ci incontreremo nel tragitto alle latrine)

e così come in uno scherzo ti butterò addosso tutte
le foglie che troverò su questa terra dura e gialle
e marroni e rosse come nel mio paese non sono
mai state e mi guarderai come un pazzo come a
capire qualcosa che è oltre la tua immaginazione

un pazzo che ti ricopre di foglie e sorride a questo
mozzicone che sei sperando nasca un falò da questa
pena, e se non credi più a dio crederai a me ed a questo
bacio che ti do, che sa del tuo ultimo novembre.

Shalom shalom

di Eleonora Tarabella

Shalom shalom
parlano ancora
nei disegnini…
Settant’anni fa…

Shalom shalom
settant’anni dopo
spunta il radicchio
nel blocco A.

Un po’ di jogging
con parsimonia
fra crematorio
e antichità.

Shalom shalom
gira un triciclo
ride un bambino
disegnerà
gli stessi treni,
le stesse case,
gli stessi fiori:
Terezín Stadt.